Luca Ward
Spettacolo
IL LIBRO DI LUCA WARD

«Vi svelo il dramma di mia figlia. Centovetrine? La rifarei subito»

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Il destino di un doppiatore cinematografico è spesso quello di rimanere una voce senza volto, un professionista molto stimato dai colleghi ma quasi sconosciuto al pubblico: a Luca Ward, uno dei più grandi di sempre in questo mestiere (è la voce di Russell Crowe, Hugh Grant e tanti altri) non è andata così, oggi è anche un attore e personaggio tv amatissimo dal pubblico (con quasi un milione di follower solo su Facebook). In queste ore è uscita la sua autobiografia, “Il talento di essere nessuno”.

Qui a Torino tutti si ricordano di lei per “Centovetrine”: che legame ha con la città?
«La prima volta venni da bambino quando recitai in “La Freccia Nera”, nel 1968. Ero piccolo, venivo da Ostia, sul mare, e questa città scura e nebbiosa mi faceva impressione. Sono tornato da grande per “Centovetrine” e l’ho vista accendersi, si è come illuminata e ne ho scoperto la bellezza. Quella soap mi ha insegnato tanto come attore, anche se è un genere sempre snobbato io la ricordo con piacere e ricomincerei a farla da domani, se potessi. Peccato l’abbiano chiusa».

Come mai a 60 anni ha deciso di scrivere questa autobiografia?
«Il capitolo più combattuto è stato sicuramente quello su mia figlia Luna, che ha una malattia rara: mi sono molto confrontato con lei e con mia moglie, finora volevamo proteggerla ma abbiamo capito che la ricerca è fondamentale. In pochi mesi grazie agli sforzi di tutto il mondo si è trovato un vaccino per il Covid-19, sembrava impossibile solo un anno fa: spero che parlando anche di altre malattie si possa convincere qualcuno a investire negli studi e trovare qualche cura nuova».

La sua è stata una vita da film da quando è rimasto orfano da adolescente: come è cresciuto?
«Quando mio padre è morto ero ancora un bambino e ho dovuto iniziare a lavorare per portare il pane a casa. Ho fatto tanti mestieri, tra cui il camionista, poi un giorno mi hanno offerto un ruolo da doppiatore e ho accettato, solo per soldi. Alcuni colleghi hanno riconosciuto in me il talento e mi hanno dato fiducia: ero la più schiappa di tutti ma ogni sera studiavo e alla fine ho imparato».

A quale dei suoi personaggi è rimasto più legato?
«Il film più difficile che ho fatto è “Pulp fiction”, in cui sono la voce di Samuel L. Jackson, sembrava davvero indoppiabile e invece ci siamo riusciti. Poi “Il corvo”, con quella frase diventata mitica per tanti: “Non può piovere per sempre”. E Russell Crowe, soprattutto in “Il Gladiatore”: per un certo periodo a casa mia quando si entrava partiva in automatico il cd della colonna sonora, mi sentivo sempre nella parte. Poi mia figlia un giorno non ce la faceva più, mi ha fatto trovare il cd spezzato e ho capito il messaggio».

Che esperienza è stata scrivere un libro?
«Quando leggi un libro non pensi mai che dietro ci sia un lavoro gigantesco. È stato un impegno enorme, ma anche un’esperienza molto bella: sto già preparando il secondo».

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