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Vale chi va all’oval

Chiuso il Salone del libro, arrivano i commenti. Ci si lamenta che in sostanza sia sempre la stessa fiera caotica dal 1988, ma è difficile fare una roba diversa. Lo scopo è vendere la merce (in questo caso i libri) possibilmente in nero, come in tutte le sagre del peperone o della toma. La differenza è che qui si paga l’ingresso, e anche caro: 16 euro (e poi cercano senza pudore giovani volontari…), ma on line solo 10. Chi apprezza l’incontro con gli autori dimentica che gli editori spendono follie (e vorrei vedere le fatture…) per far presentare i loro libri in Tv, perché alle altre presentazioni (con autore presente e precettato) in circoli, librerie e caffè chic, ci vanno quattro gatti. Se non altro al Salone davanti alla tua bancarella (perché tali sono gli stand, inutile prenderci in giro) passano migliaia di potenziali acquirenti. Parcheggio? 7 euro per 4 ore. Sono tanti, ma le angurie (gli ambientalisti verdi fuori e rossi dentro) dicono che chi ci va in auto se lo merita, al salone si va in bus, e pazienza se ci si mette due ore. Moquette chiara verde acqua già lercia la prima sera. Incontri con gli autori di grido accavallati. Coda di due ore anche per chi ha già il biglietto preso on line. Arredamenti da bazar, anzi, da suk. Pochi punti ristoro e carissimi: un panino 6,80 euro, una Pepsi 5. Wi Fi assente o a singhiozzo. Apartheid (i big all’Oval e i piccoli editori al Lingotto). Se Amazon sta uccidendo le librerie, anche il salone le scavalca, e chi fa scorta di libri lì scorda i librai per un pezzo. Morale: se gli organizzatori vanno almeno in pari facciano pure, ma se accumulano un passivo di milioni come i loro predecessori, io non glie lo ripiano volentieri. Ma proprio no.
collino@cronacaqui.it

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