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Salute
Lo studio pubblicato da UniTo e Città della Salute

Vaccino a lunga durata: protetti contro il Covid a otto mesi di distanza

La ricerca su 10mila professionisti sanitari e universitari conferma una risposta agli attacchi del virus fino al 70%

Otto mesi di copertura vaccinale o, per precisione, otto mesi con un’efficace risposta cellulare contro il Covid. Dirlo con parole semplici o con quelle della scienza, non cambia i risultati dello studio condotto da Università di Torino e Città della Salute, pubblicato sulla prestigiosa rivista Viruses, con cui sono stati dimostrati gli effetti a lunga durata della profilassi contro il virus. Una protezione fino al 70% anche dopo 240 giorni dalla vaccinazione dimostrata grazie ad una ricerca condotta su 10mila operatori sanitari e universitari, protetti con il farmaco di tipo mRna, ma seguiti fin dalla prima ondata.

LO STUDIO E LA NUOVA SCOPERTA
L’obiettivo di partenza sembrava dovesse limitarsi a capire come all’inizio della pandemia il contagio si sia diffuso tra medici e infermieri, oltre che nell’ambiente accademico, ma anche individuare a livello genetico quanto incida la capacità di produrre anticorpi nella difesa contro la malattia. I risultati sono stati sbalordivi con gli approfondimenti condotti sulle base delle scoperte iniziali. Nella prima fase della ricerca, condotta tra maggio ed agosto di due anni fa, si è provato a stimare quanti fossero entrati in contatto con il virus durante la prima ondata pandemica nei rispettivi ambienti di lavoro. E la prevalenza di positivi è risultata pari al 7,6% in sanità mentre all’università era del 3,3%, un valore simile a quello stimato dall’Istat nella popolazione generale del Piemonte. La seconda fase di studio, condotta la scorsa primavera, aveva come obiettivo principale la valutazione della risposta immunitaria alla vaccinazione, misurata sull’intero campione e in particolare su 419 soggetti di cui è stata valutata l’immunità cellulare. La quasi totalità dei soggetti vaccinati (99,8%) presentava livelli di anticorpi decisamente significativi (33.8 BAU/mL). A questa, poi, sono seguiti due ulteriori approfondimenti che hanno permesso di dimostrare come fino allo scorso ottobre la risposta immunitaria arrivasse ancora al 70%, ma anche come alcune varianti fossero più frequenti in coloro che avevano dimostrato una più bassa produzione di anticorpi per ragioni di variabilità genetica individuale. «Abbiamo dimostrato che più del 99% del campione studiato ha avuto una buona risposto anticorpale per al vaccino» spiega la professoressa Rossana Cavallo, direttrice di Microbiologia e virologia universitaria della Città della Salute, soddisfatta anche dei risultati a lungo termine. «Gli anticorpi scendono, i nostri linfociti però non solo hanno memoria del virus ma si attivano anche più velocemente».

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