Maturita12
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Un’ora sola per il futuro

Un’ora a giocarsi cinque anni di scuola, per dimostrare di essere “maturi”. Penso che prima o poi questo termine, “maturità” e derivati, andrà cancellato dall’uso corrente: si chiama esame di Stato e al limite permette di scoprire se si è riusciti ad avere le conoscenze, o le tecniche, necessarie per superare il giudizio di coloro che siedono in cattedra. La maturità si dimostra diversamente. Un esame particolare, comunque, che ha già scatenato polemiche: ma onestamente che cosa si pretendeva? Forse che, dopo un anno di scuola mutilata i ragazzi potessero sostenere un esame con le dinamiche solite, come se niente fosse? Un’ora di colloquio ha senso, invece. Lasciamo perdere gli argomenti, che si tratti di analisi economiche, di letteratura, di pandemia… Quello che conta è quell’ora a disposizione. Come in una partita decisiva, sapendo che non si ha mai a disposizione tutti i novanta minuti, perché l’allenatore ti può sostituire prima – magari perché hai sbagliato qualche pallone di troppo -, un infortunio ti può rallentare o semplicemente il compagno in panchina è più pronto. Non c’è mai a disposizione tutto il tempo che crediamo di avere. E, fuori dalla scuola, ci saranno colloqui che dureranno anche meno: in cui basteranno pochi minuti per capire se l’aspirante – a un posto, a una cattedra, a una posizione – è disposto a lavorare per poche centinaia di euro al mese, o anche gratis, invece di pretendere legittimamente un contratto; se ha intenzione di fare figli nel breve periodo; aggiungete pure altri scenari a piacimento. Oggi li chiamano maturi, e si sprecano i complimenti, domani li accuseranno di egoismo perché scappano all’estero: fate bene, ragazzi. Anzi, un’ora per capire questo è anche troppo.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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