Gialli
Cronaca
La rubrica

Uno stalker dell’Ottocento

I grandi gialli del Piemonte

La notte del 10 agosto 1862 una donna, vestita con una camicia da notte intrisa di sangue, fu trovata sul pianerottolo del condominio. I condòmini accorsi riconobbero l’inquilina della soffitta n. 4, Lucia Botto, che abitava insieme ad un ferroviere di nome Antonio Seita, con il quale, tuttavia, non era sposata. Gli indiziati per l’omicidio furono subito tre: l’ex marito della donna, che però viveva a Vercelli; il convivente, Antonio Seita e l’ex convivente, Carlo Zucca, 45 anni, nato a Castelnuovo d’Asti, sergente veterano d’artiglieria addetto come usciere alla biblioteca dell’Arsenale Militare di Torino.

Lucia, nelle sue ultime parole prima di morire, negò che l’assassino fosse Seita: la polizia si recò così dallo Zucca, che fu trovato con la camicia insanguinata e le dita ferite. I suoi pantaloni erano stati lavati di recente per togliere macchie di sangue. In casa sua i poliziotti trovarono un catino pieno d’acqua insanguinata, un fazzoletto intriso di sangue, molti stracci mezzo bruciati e sporchi di sangue. Secondo gli inquirenti, Zucca era l’assassino.

Verso le undici della sera, Antonio Corte, che divideva l’abitazione con Zucca, era tornato a casa, aveva trovato un gran disordine e Zucca con pantaloni e camicia spruzzati di sangue. Zucca gli spiegò che in Borgo Dora aveva cercato di separare degli uomini intenti ad una rissa ed era rimasto ferito. In verità, Zucca si rivelò uno stalker d’altri tempi: quando Lucia andò ad abitare con il ferroviere Seita in via Balbis, fu visto per almeno sette o otto volte mentre gironzolava da quelle parti e domandava notizie di Lucia al portinaio e nella vicina locanda, lamentandosi del comportamento della donna.

Zucca tuttavia si dichiarò sempre innocente fino al processo del gennaio 1863, al quale presenziò con l’accusa di assassinio (per il quale la pena era quella capitale). Il processo ebbe un notevole clamore mediatico, anche per la disapprovazione per la condotta troppo volubile e disinibita della vittima; così, i giurati concessero le attenuanti che salvarono Zucca dalla forca: con sentenza del 22 gennaio 1863, la Corte di Assise di Torino condannò Zucca ai “soli” lavori forzati a vita.

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