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Il Borghese

Un’altra favola senza lieto fine

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Studi vuoti. O meglio, pieni di pazienti ma senza dottore. È quello che rischia la sanità piemontese se non si interviene sul grave fenomeno della carenza dei medici di famiglia. Un pericolo che, dopo gli allarmi lanciati dalle associazioni dei camici bianchi, adesso diventa realtà. Con la sola città di Torino che, nel 2021, avrà un deficit di 41 dottori rispetto a quelli che dovrebbe avere in base al cosiddetto “rapporto ottimale”, che nella nostra Regione è fissato a uno ogni 1.200 pazienti. E questo accade proprio mentre l’Italia si prepara ad affrontare quella terza ondata di Covid che, secondo gli esperti, è alle porte. Trasformando gli annunci di un potenziamento della medicina territoriale che ha accompagnato la prima e la seconda fase critica della pandemia in parole al vento.

Perché «hai voglia – ragiona un dottore – a fare accordi per la somministrazione dei vaccini, per il tracciamento dei pazienti, per tutto ciò che si aggiunge a ciò che facevamo prima, ma se poi siamo sempre meno diventa tutto impossibile». Una preoccupazione concreta, reale. Come i numeri che la Regione ha chiesto alle Asl, invitandole (la richiesta è del 2 febbraio) a rilevare e comunicare “le zone carenti di assistenza primaria per l’anno 2021, entro il primo marzo”. Detto, fatto. Alla Asl Città di Torino, la prima a rispondere all’appello, in pochi giorni hanno messo sul tavolo le cifre. Che partono dalla popolazione netta (771.933 persone con più di 14 anni), per passare ai medici. Quelli presenti, al 15 febbraio 2021, sono 619. Ma visto che da qui al giorno di San Valentino del 2022, tra dimissioni e pensionamenti, ne verranno a mancare 17, ne resteranno soltanto 602. Moltiplicando questa cifra per 1.200 pazienti a testa, si arriva agli assistiti teorici: 722.400. Ben 49.533 in meno di quelli reali, che dunque resterebbero (almeno virtualmente) scoperti. Dividendo quelli in “eccesso” per 1.200, ecco il totale dei “medici carenti”.

Quarantuno dottori della mutua che, al momento, non è chiaro se, nè come, verranno trovati. Una situazione paradossale, se si pensa all’importanza di quei medici curanti su cui è stato scaricato molto di ciò che – con il Covid – non è più stato possibile fare negli ospedali. Con conseguenze sui servizi, ma anche sulla salute degli stessi dottori che, spiega il segretario regionale della Fimmg, la federazione dei medici di medicina generale, Roberto Venesia, «nel 70% dei casi, ad aprile, aveva sintomi oggettivi di stress post traumatico e nel 35% dei casi sintomi significativi dal punto di vista clinico di tipo depressivo con una piccola percentuale di burnout piuttosto grave, quasi irreversibile». Tutto questo, sicuramente, potrà avere degli effetti su un aumento dei pensionamenti a 68 anni anziché a 70, come avveniva prima. Ma l’emergenza dei medici carenti è qualcosa che affonda le proprie radici nel passato. Come la Fimmg non ha mai mancato di denunciare.

L’ultimo report inviato alla Regione è del 2017, contiene una previsione basata sull’età dei dottori, molti dei quali sono nati negli Anni 50 e 60. E adesso andranno in pensione tutti assieme. Secondo la Federazione, le uscite con cui fare i conti dal 2017 al 2031 sono 2.627. Con una curva che ogni anno cresce: 202 nel 2021, 229 nel 2022, 256 nel 2023. Per poi cominciare, lentamente a scendere. E i nuovi ingressi? La stima, nello stesso periodo, è di 1.920 dottori. Dunque meno di quelli pensionati. Con un bilancio tra domanda e offerta che nel 2021 è negativo per 83 unità, ma tra dieci anni arriverà a -706. Settecentosei medici mancanti. E 847.200 cittadini senza dottori. Lo sfascio. L’ennesima beffa di chi sapeva e non ha fatto niente, mentre ci raccontava un’altra favola sull’importanza della medicina territoriale.

tamagnone@cronacaqui.it

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