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Il Borghese

Una visione per la città

Bilbao è una città orgogliosa, espressione di quei fieri baschi che al governo centrale di Madrid sono graditi quanto il villaggio di Asterix a Giulio Cesare o una cicatrice sul viso di Naomi Campbell. Un poco come Torino, rispetto a Roma, no? Con la differenza che Torino non è evidentemente una cicatrice troppo visibile data l’attenzione che riceve. In ogni caso, Bilbao ha una sua bizzarra leggenda-verità legata al suo declino industriale e sociale degli anni novanta. Immaginatevi degli amministratori capaci di osare che chiamano il Museo Guggenheim e offrono una sede per una loro “filiale”. Chiaro che per esporre certi capolavori non deve essere un capannone o qualcosa di recupero.

Ed ecco la seconda telefonata e seconda idea: viene ingaggiato l’architetto Frank O. Gehry, che realizza in quattro anni un’opera da 100 milioni di dollari. Tanti storcono il naso, un celebre artista locale parla di «soap opera in stile Disney», spreco di denaro pubblico, giura che nessuna sua opera entrerà mai in quel museo. Nei primi tre anni di apertura il Guggenheim di Bilbao vede passare quattro milioni di persone, con 500 milioni di euro di giro d’affari, di cui 100 milioni solo in tasse incamerate dalle esauste casse pubbliche. E una città ventosa, scomoda ai collegamenti, pur fiera nella sua storia, è una delle mete più desiderate al mondo (e l’artista ha cambiato idea, tanto che le sue opere sono esposte al museo).

Una scommessa che ha pagato, una visione che ha dato coraggio. Immaginiamo di fare lo stesso ragionamento a Torino, questa città periferia poco gradita dell’i pero, autoconvinta di una nobiltà quasi estinta che per i sogni è rimasta al 2006 e alle Olimpiadi – dopo di che, chi aveva responsabilità amministrative ha pensato che il compito fosse esaurito, il traguardo raggiunto, si potesse vivere di rendita e i risultati si vedono -, tanto che oggi se si chiede come rilanciare la città, il sogno mostruosamente proibito è che qualche multinazionale ci elemosini un mezzo stabilimento, oppure che si riesca a tappare le buche in strada o far funzionare l’anagrafe.

Ma abbiamo l’industria spaziale, abbiamo gli atenei, abbiamo cervelli – anche se i ragazzi fuggono, e come dargli torto -, ci manca la capacità di far rete, forse. Non ci sono sinergie, spinte intellettuali, forse, movimenti artistici o letterari. Noi di TorinoCronacaQui abbiamo raccolto molti pareri, ma quello che ci interessa di più è il vostro, cari lettori: cosa sognate per Torino? Quale visione avete? Cosa chiedete alla nuova amministrazione pronta a venire? Scriveteci, condividete con noi le vostre idee. Perché magari a Bilbao sarà servito qualcosa in più delle due telefonate che vi ho raccontato, ma vogliamo vedere – noi e voi, sul giornale – se qualcuno ha intenzione di farle?

andrea.monticone@cronacaqui.it

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