La gigafactory dovrebbe sorgere nell’area ex Olivetti di Scarmagno
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Una visione folgorante

Gigafactory è una parola che ancora suona ostica dalle nostre parti. A inventare il termine è stato Elon Musk, il magnate della Tesla, presentando il progetto per la sua fabbrica, dove “giga” è l’unità di misura del miliardo. E ciò dà l’idea di cosa dovrebbe essere un impianto di questo genere. Di gigafactory abbiamo cominciato a sentir parlare quando si vagheggiava di quella di Stellantis, per le batterie destinate ad alimentare le sue vetture. Torino ci ha sperato, anche per via di improvvide uscite del ministro Giorgetti (in parte ritrattate), ma Stellantis ha scelto Termoli, con dote di 370 milioni di euro forniti dal governo (su un progetto da due miliardi). La nostra industria, allora, guarda a Ivrea, dove sulle macerie del ricordo dell’Olivetti dovrebbe sorgere Italvolt. Un progetto portato avanti da Lars Carlstrom, che non esita a richiamarsi proprio alla figura leggendaria di Adriano. Ma chi è questo svedese di 55 anni? Un visionario? Per proporre una cosa simile – e in precedenza tentare di prendere la Saab assieme a (ex) Mister Formula 1 Ecclestone, devi esserlo. Ne ha già lanciata una, in Gran Bretagna, la Britishvolt che ha raccolto l’equivalente di due miliardi di euro. Perché la strategia di Carlstrom è questa: progettare e attirare soci, investitori, capitali, sinergie. Due miliardi non sono un brutto biglietto da visita, anche se lui la British l’ha lasciata quando è saltata fuori una storia di frodi fiscali di vent’anni prima. «Non voglio essere una distrazione» ha detto ai giornalisti. Gli abbiamo posto delle domande sul progetto presentato poco più di un mese fa (e che lo Sportello unico delle attività produttive di Ivrea sta valutando) e lui ha risposto. Non ha rivelato, però, i nomi (o la nazionalità) degli investitori. Se industriali e politica locale l’hanno già acclamato, i sindacati sembrano scettici. Il fatto è che di Carlstrom si sa poco, a parte gli studi di economia, rapporti equivoci di lavoro (ma insomma: finanza e industria non sono pranzi di gala), la direzione di una fabbrica di orologi, qualche debito e tre anni senza reddito («stavo investendo il mio capitale nel nuovo progetto»). Se vuole la privacy è assolutamente legittimo che l’abbia, non è certo questo il problema. Il fatto è che, con la posta in palio, e con tutti i “cavalieri bianchi” degli ultimi anni, dall’ex Bertone all’Embraco, anche con i sognatori si diventa alquanto prudenti, per non restare folgorati.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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