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LA NOVITÀ

Una bella estate a Napoli di un Cesare Pavese che non muore all’hotel Roma

Il particolare romanzo d’esordio di Salvatore Belzaino

Si può amare così tanto da non farti morire mai, sopravvivere è solo non poter morire. È scritto così, di pugno di Cesare Pavese che non è morto suicida all’hotel Roma, nella notte del 26 agosto 1950: un amico l’ha preso in tempo e il destino l’ha portato verso un’altra vita, in quel di Napoli.

Salvatore Belzaino, classe 1984, è per sua stessa ammissione un appassionato dell’opera pavesiana e allo scrittore consacra il suo romanzo d’esordio “Il mestiere di sopravvivere” (Robin, 14 euro), una storia che val la pena leggere perché chi, tra gli appassionati o gli esegeti di Pavese, non si è mai chiesto che ne sarebbe stato di lui se, quella notte, un amico avesse risposto al telefono, se lui testardo e depresso avesse creduto che non fosse tardi per amare ed essere amato dalla diciottenne Pierina, ossia Romilda Bollati, per lasciare Torino e perdersi nella Roma dove era stato per mesi, alla fine della guerra e l’aveva anche amata?

Belzaino porta Pavese a Napoli per dirigere la nuova sede dell’Einaudi, qui chiamata chissà perché Filaudi. È un romanzo che appare onirico in alcuni passaggi e dove incontriamo un Cesare Pavese ben diverso da quello che conosciamo. Prima di tutto, a differenza di quanto è stata tutta la sua vita, a Santo Stefano Belbo non è di passaggio, ma addirittura ha una casa, ci vive dentro, solo, proprio lui che ha sempre vissuto con la sorella in via Lamarmora. E qui non si sa quanto sia licenza poetica dell’autore, che però insiste: dà a Pavese dei ricordi diversi, addirittura di sere d’inverno, quando per lui era solo l’estate il tempo al Belbo – la casa di famiglia fu venduta quando era ragazzino, al paese scendeva all’hotel dell’Angelo. Ed è anche un Pavese che piace alle donne, che fa l’amore con loro.

Cambiata la storia – e anche un poco la geografia, Belzaino mette Belbo “in quel di Torino” -, vediamo questa avventura di fine estate in una Napoli rutilante, dove la tragedia incombe tra l’odore del mare e l’aroma del caffè e alla fine il sangue scorre, selvaggio come in “Paesi tuoi”. Tutto il viaggio è una riscrittura, imitando la voce pavesiana, di Anguilla e del mito dello scrittore: incontra il contadino Stefano – il nome del suo protagonista de “Il carcere” -, vagheggia una relazione sospesa con la di lui figlia, riceve un telegramma dall’America da Costance, che non a caso qui è omaggiata del cognome Death, ossia “morte”, trova a Napoli la trentenne Bianca – Salvatore, un appunto: difficile che nel 1950 considerassero una della sua età «ragazza» e che questa subito desse del tu a un quarantenne, ergo se narri in prima persona, devi parlare come una persona dell’epoca -, Bianca come la Garufi, con cui Pavese formò una «bellissima coppia discorde», e se non convivenza, fu anche di più perché insieme scrissero “Fuoco grande”. Poi il mito di Belbo chiama, ma è bello immaginare che anziché un messaggio di addio sui “Dialoghi”, Pavese possa averne scritto uno d’amore su “La bella estate”, o averlo ricevuto. Promuoviamo Belzaino? Ma sì, ché se ha sbagliato oppure osato troppo è stato per amore di Cesare Pavese.

IL MESTIERE DI SOPRAVVIVERE
Autore: Salvatore Belzaino
Editore: Robin
Genere: Romanzo
Prezzo: 14 euro

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