Un proiettile non si ferma

Il procuratore Ferrando è stato molto chiaro: il tabaccaio che ha sparato, uccidendo uno dei ladri che stavano svaligiando il suo negozio, è indagato prima di tutto «a sua garanzia». Significa che ha potuto essere assistito da un avvocato fin dal primo momento e anche avvalersi della facoltà di non rispondere, che ai semplici testimoni o persone informate sui fatti non è concesso. Ed è un atto importante perché si tratta del primo caso con in vigore le nuove norme relative alla legittima difesa: non è automatico il proscioglimento, prima bisogna accertare la realtà dei fatti.

Infatti anche il vicepremier, che questa modifica di legge ha voluto, nel dare la sua solidarietà al tabaccaio (che peraltro aveva già subito qualcosa come sette furti e rapine nel giro di una decina di anni) dice «spero per lui che possa rientrare nei casi previsti dalla nuova legge». E se neppure Salvini dà per scontata l’equazione, dovrebbe bastare per essere prudenti. Anche perché nessuno di noi può immaginare cosa si agita nel cuore e nella mente di un uomo che ha tolto la vita a un altro, anche se l’ha fatto per difendersi, anche se era in pericolo.

La solidarietà fracassona del paese e l’applauso sguaiato dei social non devono farci perdere di vista il quadro generale. La legge sulla legittima difesa non concede il permesso indiscriminato di sparare, e ci mancherebbe dal momento che preferiremmo tutti che fosse lo Stato a difenderci, anziché armarci. Magari a qualcuno sembra facile premere il grilletto: perché è sì sufficiente una pressione di pochi chili, però è un atto definitivo e indietro non si torna. Un proiettile non si ferma a mezz’aria.

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