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L’INCHIESTA. Le richieste d’aiuto sono aumentate del 30%

Un mese di pandemia ha ridotto in povertà 40mila famiglie in più

Anche impiegati e precari in coda per un pasto. «Questa emergenza ha messo in pericolo tutti»

Il baratro è a un passo per oltre 40mila famiglie in Piemonte. Un passo verso l’indigenza, quella “povertà assoluta” che potrebbe far cominciare a sentire i morsi della fame anche a chi, fino a un mese fa, mai avrebbe pensato di rivolgersi a una associazione caritativa per mettere insieme, almeno, un pasto.

La stima è quella che emerge dall’ultima rilevazione di Coldiretti che ha calcolato insieme a Caritas e Banco Alimentare, quanto potrebbe avere inciso il primo mese di quarantena, accompagnata dalla chiusura di attività commerciali e dallo “stop” imposto a liberi professionisti, imprese e fabbriche, con la conseguenza di aver fatto crescere il bacino delle fragilità sociali tra il 25% e il 30%, laddove già 218mila piemontesi vivevano in condizioni economiche critiche prima dell’emergenza sanitaria.

A Pasqua, infatti, l’Italia potrebbe trovarsi a fare i conti con 500mila poveri in più.  «Non si possono stabilire numeri precisi ma la previsione è abbastanza preoccupante» confermano da Coldiretti Piemonte, dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi anche dal Banco Alimentare, secondo cui le richieste d’aiuto sarebbero state 8mila in più solo nelle ultime settimane all’ombra della Mole Antonelliana.

«Se la crisi finanziaria del 2008 ha portato a un aumento del 50% delle persone in condizione di vulnerabilità, per cui si è trovato a essere povero chi già prima viveva ai margini della nostra società, oggi questa emergenza mette a repentaglio, oltre alla stabilità economica, anche i bisogni radicali delle persone, come la salute e vede a rischio anche chi, fino a ieri, poteva contare sul proprio lavoro e su un reddito abbastanza sicuro» spiega Tiziana Ciampolini responsabile degli “S-Nodi” della Caritas e del progetto “Fa bene”, nato nel 2013 con l’obiettivo di creare reti solidali «in cui il cittadino non è considerato scarto ma risorsa, educando alla reciprocità secondo un principio basilare: il tuo problema è anche il mio».

E i primi effetti della pandemia sembrerebbero proprio questi. «Sicuramente si mettono in coda davanti alla nostra porta gli “ultimi fra gli ultimi” ma, se si osserva bene, ci sono anche persone che fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe mai immaginato di vedere» spiega don Adriano Gennari, che ha riaperto di recente la mensa dei poveri di San Salvario. Basta oltrepassare il bancone dietro cui vengono distribuite le buste dei viveri per incontrarli. Dipendenti pubblici e lavoratori precari, che si alternano ai clochard del quartiere. «Lo stipendio, questo mese, non mi è bastato: siamo cinque in casa ed è stato difficile farsi bastare la spesa, per questo sono venuto a chiedere un aiuto qui» rivela Massimo, chiedendo l’anonimato perché «lavoro per il Comune di Nichelino, se dicessi il mio nome sarei facilmente riconoscibile e anche se non mi vergogno, per me, sarebbe difficile spiegarlo ai colleghi e ai conoscenti».

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