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Un gatto poco volpe

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Oggi voglio lasciarmi cullare dai ricordi. Mi è venuto in mente il negozio Pia, in piazza Statuto, dove mamma comprava a mio fratello Federico le scarpe che dopo due anni sarebbero passate a me. Pia, con le scarpe, dava sempre una pallina di gomma ai bambini. Io ci giocavo, ma avrei preferito un paio di scarpe nuove tutte per me; un giorno mamma me le comprò: i carri armati. Ero così felice che la prima notte li volli a letto sotto il cuscino, talmente m’inebriava il loro odore di gomma e cuoio nuovi. Poi c’era Galtrucco, il negozio di stoffe dove mamma comprava le stoffe in saldo per farci fare i vestiti dal sarto. Si chiamava Gatto, il sarto, e stava dietro piazza Peyron.

Ricordo le misure (da riprendere ogni volta perché crescevamo), le prove… Ricordo anche un episodio buffo che costò a Gatto l’appalto degli abiti Collino, figli e padre. Eravamo andati a provare, ma lui era impegnato con un cliente, e ci toccò aspettare nell’entrata. Nell’attesa, curioso come tutti i bimbi e sordo ai vieni qui di mamma, mi ero messo a gironzolare per le stanze della sartoria, la sala prove e stoffe, i laboratori, la cucina… Mentre me ne stavo dietro il paravento-spogliatoio arrivò Gatto col cliente che aveva appena scelto la stoffa, e non si accorse di me.

Si complimentò col cliente per la scelta fatta, e disse: “Lei sì che sa spendere quando è il caso, non come quei morti di fame di là che comprano le stoffe in saldo e me le portano per pagare solo la fattura”. Appena usciti lo dissi a mamma, e da allora cambiammo sarto. Dettaglio non indifferente: mio padre al tempo aveva un’azienda con dieci dipendenti, la 1100 e la colf fissa, che allora si chiamava domestica. Ma sapeva come spendere.

collino@cronacaqui.it

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