CamionBergamo
Il Borghese

Un anno con il virus

Una polmonite anomala in una città della Cina centrale. Una notizia piccola, che cresce di intensità giorno per giorno. Nuovi contagi in tutto il Paese. Morti. Immagini che superano gli ostacoli della censura e finiscono sui social network: ospedali al collasso, persone che urlano e chiedono aiuto dai balconi. Sembra ancora un fenomeno isolato. Ma il 21 febbraio 2020, esattamente un anno fa, tocca all’Italia scoprire che il coronavirus non è una normale influenza, ma qualcosa che di lì a poco invaderà il mondo facendo una strage. Come in una guerra. Senza precedenti.

In un attimo gli ospedali della Lombardia si riempiono, il nostro Paese è il nuovo  epicentro della pandemia. Con il virus che, come uno sciame, si sposta da una parte all’altra, bloccando il movimento delle persone, la vita delle famiglie, il lavoro, lo sport, l’economia. Con la politica che insegue gli eventi, passa dai post in cui si invita ad andare a mangiare al ristorante cinese per non discriminare i nostri concittadini arrivati dall’oriente all’ordine di rispettare le regole, tra restrizioni via via più severe. Fino ad arrivare al lockdown. La serrata totale.

A Torino il primo caso si registra a San Salvario, i cronisti si appostano sotto casa del paziente numero uno. Poi è il turno di una famiglia di Cumiana: falsi positivi. Il “bollettino”, che sia della Regione o della protezione civile in diretta tv, diventa un appuntamento irrinunciabile. Poi chiudono le scuole, un altro termine inglese – smartworking – diventa abituale, con padri e madri costretti a lavorare con bimbi piccoli che saltellano attorno e non capiscono. E forse è meglio così. Le scuole sono chiuse, le strade deserte. I volti coperti da mascherine.

A casa si ricominciano a fare pane, pizza, dolci con le proprie mani. Negli scaffali dei supermercati in cui si entra facendo la fila farina e lievito sono esauriti. I bambini disegnano arcobaleni. “Ce la faremo” diventa un motto appeso sui balconi da cui la sera nei quartieri si suona e qualcuno canta l’inno nazionale. Ma poi cala il silenzio, i pochi arcobaleni che resistono sono ormai sdruciti. Chiudono gli uffici, chiudono le fabbriche, negozi, bar, ristoranti. Cinema e teatri, palestre e piscine. Tutti sanno che il blocco dei licenziamenti è un illusione. E intanto la gente continua a morire.

La foto con i camion dell’esercito che trasportano bare a Bergamo, uno dietro l’altro, fanno il giro del mondo, e ancora oggi fanno venire i brividi. Ma la prima ondata di cui quella foto è l’immagine simbolo è seguita dalla seconda, che verrà ricordata con un altro scatto, questa volta torinese: una colonna interminabile di ambulanze che attraversano la città nella notte per trasportare malati dove ci sono ancora posti liberi, mentre nei nostri ospedali ci sono pazienti sdraiati a terra e lettini montati anche nelle chiese. Altre foto “storiche”, come quelle degli infermieri costretti a indossare sacchi di plastica, quando non si riuscivano a trovare neppure le mascherine.

Poi, tra inchieste e scandali che hanno dimostrato come per qualcuno l’emergenza sia sempre stata e resti una miniera d’oro, sono arrivate le fotografie della speranza. Con i primi vaccini, il sorriso del professor Di Perri in camiciotto bianco, cravatta e bretelle. Si è pensato che fosse l’inizio della fine. E forse è così. Ma adesso sono arrivate le varianti. E dopo un anno esatto sembra che ricominci tutto da capo: con la politica a ratificare le decisioni degli esperti e dei virologi che consigliano chiusure e zone rosse.

tamagnone@cronacaqui.it

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