Umberto Motto
Sport
LA STORIA

Umberto, l’ex leader dei giovani del Toro: «Superga una ferita aperta per tutti noi»

Capitano della squadra ragazzi, ha giocato 4 partite in A: “Mazzola mi aveva designato suo erede”
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«Superga? Il 4 maggio, ogni volta che arriva, spero che passi in fretta». Ha gli occhi lucidi Umberto Motto, ex capitano della squadra ragazzi del Toro, quando parla della tragedia che ha colpito gli “Invincibili” nel ’49, di cui oggi ricorre il 72esimo anniversario. Lui, ragazzo del “Fila”, è sceso in campo nelle ultime quattro gare di quella maledetta stagione. Quattro partite e altrettante vittorie, quando il Toro e le altre compagini giocavano con la primavera e il Grande Torino era già stato proclamato campione. Umberto, terzino destro, ricorda bene la prima partita, il 15 maggio, contro il Genoa, vinta 4-0. «Il Filadelfia traboccava di tifosi, c’era gente arrampicata sui pali e sui pilastri. Dire cosa abbiamo provato mentre salivamo la scaletta verso il campo è ancora difficile adesso, ma quando l’arbitro ha fischiato – prosegue – abbiamo dimenticato tutto».

Della formazione dei ragazzi, oggi, in vita ne restano due. Umberto Motto, 91 anni, residente in corso Montecucco, e Antonio Giammarinaro, 90 anni. Ma a Superga, oggi, Umberto non ci andrà. «Non vado mai all’anniversario. C’è tanta confusione, troppe pacche sulle spalle e strette di mano, e non mi piace. Superga – dice – va ricordata sempre, non solo il 4 maggio. Vado sempre qualche giorno prima o dopo. Andavo spesso con Guido Vandone, il nostro portiere, ma è mancato due anni fa». Per Umberto, il Grande Torino era una famiglia. Il presidente Ferruccio Novo, il dirigente Ippolito Civalleri, il direttore generale Rinaldo Agnisetta, l’allenatore Erno Erbstein. «Erano uomini tutti d’un pezzo. Gente a cui interessava prima l’uomo, e poi il calciatore».

Motto, che portava la fascia dei ragazzi, avrebbe dovuto prendere il ruolo di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino. Mazzola glie l’aveva anche detto. «Ricordo ancora le sue parole. “Umberto, tu prenderai il mio posto”. Purtroppo non è andata esattamente così». No, perché la carriera di Motto al Toro è stata breve, appena due anni e una manciata di partite. Poi, dopo una sconfitta per 4-1 a Firenze, e il rimbrotto da parte dell’allenatore Giuseppe Bigogno per i quattro gol subiti, il padre – proprietario di un maglificio con 1200 dipendenti – ebbe una discussione con il tecnico. «Disse: “da ora in avanti mio figlio non giocherà più con voi“».

E così è stato. Umberto è stato due anni senza calpestare un campo di calcio, fino alla chiamata da parte dell’Alessandria mentre era in servizio militare. Una sola gara in C nel 1952-1953, con la promozione in B. Nessuna presenza, l’anno successivo, nella serie cadetta. Una carriera poco fortunata, anche se Umberto porterà sempre con sé il privilegio di avere “respirato” l’aria del Grande Torino al Filadelfia, dove negli allenamenti lui e gli altri ragazzi facevano ogni settimana le partite contro Mazzola e compagni. «Oggi mi piace vedere giocare Belotti. Se il Toro si salverà? Io credo di sì, ce la può fare».

 

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