MariellaScirea
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L’INTERVISTA

«Ultrà contro il mio Gaetano perché lui era un uomo vero»

Mariella Scirea: «In campo era un mito, fuori vivevamo come ragazzi normali»

Parlando con Mariella Cavanna vedova Scirea, quello che colpisce è che la sua vita, quella della moglie di uno dei calciatori più forti della storia, è incredibilmente simile a migliaia di altre. Coppie che a loro differenza non hanno mai conosciuto la ribalta degli stadi, dei giornali, delle coppe e degli scudetti. Ma che come loro andavano al cinema, facevano le vasche in centro, festeggiavano il Capodanno in trattoria, si concedevano la settimana bianca al Sestriere. Normali, anche nel dolore che nell’immaginario collettivo sembra non dover mai scalfire i “divi”. Sarà che Gaetano Scirea, il suo “Gai”, era un campione, non un divo. Soprattutto era un uomo, di quelli che ci credono e che hanno dei valori da tramandare. Un esempio, per tutti. Così luminoso che il suo nome, a quasi trent’anni da quello schianto su una statale polacca, viene vituperato da idioti che, probabilmente, hanno paura della sua immutata grandezza, umana e sportiva. Di certo, loro, non guarderanno la prima puntata del recital di Federico Buffa dedicato a lui, che andrà in onda domani a mezzanotte su Sky Sport Uno.

Signora Scirea, partiamo dalla fine. Da quelle scritte di Firenze che ancora una volta hanno infangato la memoria di suo marito. Ma davvero questa gente dovrebbe finire in galera, come dice Allegri?
«Ormai non la prendo più come un fatto personale, si accaniscono su Gaetano perché nell’immaginario è il giocatore che più di tutti rappresenta la Juventus. E attraverso il suo nome pensano di colpire la squadra. Più che rabbia provo amarezza. E delusione per il silenzio assordante di chi invece dovrebbe commentare episodi del genere».

A chi si riferisce?
«Mah, alla Figc, al Coni, a questo governo sempre pronto a esecrare questo e quello. Si vede che hanno i loro buoni motivi, ma a Firenze sarebbe stato il momento giusto per dire qualcosa. Ripeto, non è una questione personale: ho già detto che avrei tolto il nome di mio marito alla curva della Juventus se certi comportamenti fossero continuati. Perché qui non siamo di fronte alle intemperanze di quattro idioti».

Ovvero?
«Ci sono interi gruppi che usano il tifo per sfogare le frustrazioni della loro vita. Ed è molto facile nascondersi dietro a un coro e a una bandiera per commettere atti violenti. Sanno di
essere impuniti. E allora ha ragione Allegri: il Daspo non basta, servono pene più severe».

Un calcio molto diverso da quello di suo marito, anche sugli spalti di uno stadio.
«Evidentemente un uomo come Gaetano, che ha insegnato dei valori come l’umiltà e l’onestà, oggi dà fastidio. Ma è un fatto innanzitutto di educazione, che oggi manca. A partire dalla famiglia».

Ma che uomo era Gaetano Scirea?
«In campo lo sappiamo tutti: uno che parlava poco e si faceva rispettare. Ma fuori era spiritosissimo, uno che amava stare in compagnia, in allegria. Casa nostra era un porto di mare, frequentavamo i compagni della Juve e quelli del Toro. C’era una promiscuità calcistica oggi impensabile».

Un buontempone da gavettoni ai compagni, insomma.
«Esatto. Mi ricordo che a Cagliari avevano letteralmente fatto la doccia a Causio che, fedele al suo soprannome di “Barone”, stava uscendo dall’hotel tirato a lucido. Qualche volta a finirci di mezzo era anche Trapattoni. Che non credeva mai che dietro ai gavettoni ci fosse la mano di Gaetano».

Come vi siete conosciuti?
«Io studiavo Economia e Commercio e intanto lavoravo all’Inam, e dormivo in una pensione di via San Secondo. Il proprietario era molto amico di Castano, che ai tempi allenava la Juve primavera. Una sera invitò lui e la squadra e lì vidi questo ragazzo che portava un tutore, con una gamba appoggiata su un tavolino. Era Gai. E fu un colpo di fulmine, da farfalle nella pancia».

Cosa la colpì?
«Gli occhi buoni, di una bontà indescrivibile».

Quanti anni avevate?
«Lui 21, io 25».

Quanto siete stati sposati
«Solo 13 anni e mezzo, purtroppo. Ma sono stati bellissimi, indimenticabili. Un giorno Tardelli mi disse: potrei campare anche un secolo, ma non potrò mai vivere come avete fatto voi».

Ma come era la vita della moglie di un calciatore, oggi si direbbe una “wag”, degli anni Settanta?
«Normalissima. Pensi che Gaetano è stato accompagnato a Torino da suo padre e suo fratello e poi è rimasto a piedi. All’allenamento ci andava in tram. Perché i calciatori erano miti anche allora, ma raggiungibili. Noi andavamo al cinema, passeggiavamo in via Roma, Gaetano firmava autografi. Ma i tifosi non ci assillavano con i selfie. E noi non vivevamo sotto una campana di vetro».

Niente Ferrari e vita dorata?
«Macché Ferrari. Il massimo è stata una Bmw 320 regalo di nozze: è rimasta quasi sempre
in garage e l’abbiamo data indietro. La verità è che a lui dispiaceva guidarla. Si sentiva un
dipendente della Juve e quindi della Fiat. Per lui sarebbe stato scorretto avere un’automobile di un altro marchio».

Il vostro momento più felice?
«La nostra prima casa, al Centro Europa. Era la prima cosa che avevamo costruito insieme ed eravamo felici. L’abbiamo tinteggiata tutta noi, insieme con Cabrini, Zoff e Tardelli».

E per suo marito?
«Sportivamente forse il Mondiale o la coppa Uefa a Bilbao. Ma la verità è che la sua gioia più grande è stata prendere il diploma magistrale a 27 anni. Andava alle serali al Regina Margherita, dalle sette e mezza alle undici e mezza, e poi tornava a casa a fare i compiti, sul tavolo della cucina. Per lui era troppo importante: un uomo deve essere istruito, mens sana in corpore sano. Quando smetterò, diceva, vorrò essere in grado di dire sempre la mia, senza fare errori».

Tra tanti campioni, qual era il suo migliore amico?                                                «Lui voleva bene a tutti, e tutti gliene volevano. Ma il rapporto con Zoff era diverso, unico».

Platini com’era?
«Splendido, un misto tra l’Italia e la Francia. Simpatico, affabile, generoso. Ci portava sempre le ostriche: ne ho mangiate così tante che sono diventata allergica».

E l’Avvocato?
«Un personaggio che ti metteva in soggezione, ma del quale ti potevi fidare».

Quella era davvero la Juve più forte di sempre?
«Penso di sì, non avevamo paura di nessuno. Il segreto era una amalgama eccezionale: uno per tutti, tutti per uno».

Quella è anche la Juve dell’Heysel. Come la visse quella tragedia?
«Io malissimo. Ero davanti alla Tv ed ero in pensiero per i miei amici e per gli altri tifosi. Ho l’immagine di mio marito che da un trespolo parlava al microfono e diceva: state calmi, giochiamo per voi. In quel momento non si era reso conto della gravità di quanto era successo. L’ha capito al ritorno, leggendo i giornali e guardando la televisione. Non ha dormito per sei mesi, con la testa era rimasto a Bruxelles. E si sentiva in colpa, anche se non ne aveva ragione».

Perché decise di smettere?
«No, un attimo, diciamo le cose come stanno. Lui era fisicamente integro, voleva ancora giocare un paio d’anni. Ma Boniperti aveva parlato: a 33 anni alla Juve si smette. Al suo posto presero Tricella e, da campione del mondo, rimase quasi un anno in panchina».

Come la prese dopo?
«Abbastanza bene, ma del resto aveva un carattere mite, Gai era incapace di ribellarsi o offendersi. Soprattutto vide la possibilità di fare il vice del suo grande amico Dino Zoff, che nel frattempo era diventato allenatore».

Ed è così che arrivò quella maledetta trasferta in Polonia. È vero che non voleva
andarci?
«No, è che ci sarebbe dovuto andare Wycpalék che poi ebbe un contrattempo. Anche Dino disse che era un viaggio inutile, gli avversari li aveva già osservati e valevano una squadra di Serie C. Ma Boniperti rifiutò. E dopo l’incedente venne a trovarmi, in lacrime, a dirmi che si sentiva in colpa. In Gaetano vedeva un po’ il suo successore alla guida della Juventus».

Come lo venne a sapere?
«Nel modo peggiore. Mio figlio Riccardo era al mare con i nonni, io avevo appuntamento con Anna Zoff. Siamo andate a pranzo da Ilio-I due mondi e poi a casa sua. Ad un certo punto telefona un giornalista che le chiede se Gai era già tornato. Era appena uscita un’Ansa sulla tragedia. Lei non mi disse nulla, mi consigliò solo di tornare a casa. La televisione però non funzionava. Alla fine fu mio figlio a dirmelo».

E dopo?
«Si dice che non bisogna vivere di ricordi, ma senza quello di Gai non vivrei. Da quel giorno la mia vita è cambiata moltissimo, ma io continuo a chiedere consiglio a lui. E sono fiera di non averlo fatto dimenticare».

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