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Tutto in una finta

Fanno ridere quei narcisi autoreferenziali che credono di essere l’ombelico del mondo. Sui social straripano, ma anche prima era facile incontrarli. Quelli che “basta, non guarderò più il Toro, questo non è il mio Toro” come se le sorti del Torino (o di qualsiasi altra squadra, compresa la Nazionale) dipendessero dal loro tifo. Poi però alla prima vittoria li rivedi esultare, immemori dell’impegno preso. Sta succedendo anche con l’Italia. In quanti dicevano: “con questa squadra usciremo già nei gironi”? Invece no. La fortuna, che orienta almeno il 60% dei risultati calcistici, stavolta ci ha dato una mano. Siamo in finale. Ed eccoli lì, i maicuntent, sfilare in auto strombazzando. Il fascino del calcio è questo: anni di preparazione, ore e ore di studi tattici, visione di partite avversarie, schemi imparati a memoria, allenamenti duri, e poi tutto si riduce a un penalty. Se segni vinci. Il portiere spagnolo è uno specialista nel parare i rigori. Davanti a quello decisivo di Jorginho ha aspettato fino all’ultimo, ma il nostro ha fatto un saltello nella rincorsa un attimo prima di calciare. A quella mossa Unai Simon è partito verso destra e ha subito capito che si era suicidato. Si è fermato lì, col ginocchio destro a terra, sperando che Jorginho tirasse centrale, per avere una chance di parare con la gamba sinistra. Ma il nostro, freddo come un campione di biliardo, ha girato il piede verso il palo sguarnito e ha mandato la palla, lenta e precisa, dritta in buca. Un capolavoro. Tutto il resto non importa. Né che loro abbiano dominato, né che si siano mangiati gol che neanche Zaza. E’ andata così. Abbiamo vinto alla lotteria. Però avevamo comprato il biglietto.

collino@cronacaqui.it

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