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Cronaca
IL BLITZ ED IL MAXI SEQUESTRO

Trenta chili di cocaina e l’agenda dei narcos arrivati dall’Albania

Nell’alloggio c’erano anche 300mila euro in contanti. I complici hanno bloccato il telefono dell’arrestato
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Quando i complici, guardando l’ora, hanno capito che il loro uomo, la pedina che avrebbe dovuto consegnare un grosso quantitativo di denaro dopo aver consegnato le partite di coca, era sparito, senza presentarsi da chi di dovere, hanno fatto click. Da un computer, da remoto, hanno resettato il telefonino di David Faslliaj, albanese di 26 anni, in quel momento fermato dalla polizia. Da allora, l’iPhone di Faslliaj ha smesso di funzionare. Uno dei segni, per chi sta indagando, del fatto che la banda di narcos di cui il giovane farebbe parte, sarebbe composta da criminali di un certo livello, addestrati a gestire ogni inconveniente senza lasciare troppe tracce. E l’ipotesi che uno del gruppo, un giovane incensurato finora sconosciuto alle forze dell’ordine, possa imbattersi in un controllo di polizia a Barriera di Milano, viene messa in conto dai delinquenti che gestiscono la coca su media o larga scala. Ecco perché l’iPhone di Faslliaj, senza che il giovane avesse potuto avvertire i suoi complici che lo stavano arrestando, si è spento per sempre. Perché “i suoi” hanno capito che il ragazzo, mancando a un appuntamento, avrebbe potuto mettere a rischio l’intera organizzazione.

È stato un sequestro record quello degli agenti del commissariato Barriera di Milano, che il sei aprile, verso le 16, hanno fermato in via Bra il 26enne: addosso aveva 19mila euro. In un alloggio dall’altra parte della città, in via Sagra di san Michele 127, c’erano 28 chili e 200 grammi di coca e 300mila euro divisi in pacchetti da banconote di diverso taglio. Tra gli arredi, anche due bilance elettroniche di precisione, una pressa idraulica e un mixer.

L’arresto ha dato il via a un’inchiesta un’inchiesta coordinata dal pm Francesco La Rosa, che ha ordinato il sequestro dell’iphone resettato e di altri quattro cellulari trovati nella casa-base dello spaccio. Che si tratti di traffico di sostanze stupefacenti aggravato, è confermato anche dal fatto che la coca era già divisa per essere consegnata: 69 confezioni pronte da passare alle pedine più piccole di un giro criminale ora al centro dell’inchiesta.

Sono le 15.45 del 6 aprile e l’albanese, che probabilmente ha appena consegnato della droga a qualcuno e deve portare i soldi a qualcun altro, sta per entrare in un’auto, in via Bra. Passa una volante, lui si innervosisce. Gli agenti capiscono che devono insistere: lo fermano per un controllo. Il giovane ha un borsello con 17mila e 600 euro. Altri 1.630 euro sono nel portafoglio. Lui sta zitto, accampa una scusa e poi tace, non sblocca il telefono. Dal cellulare gli agenti riescono a rintracciare il numero di un uomo italiano, il proprietario della casa di via Sagra di San Michele. Una chiave rossa aprirà il trilocale al piano terra: il fortino della droga. La coca è nell’armadio della cucina, sotto al letto e in un comò nel soggiorno. I 300mila euro sono divisi in banconote di tagli diversi, le mazzette più grosse sono quelle da 50 euro. Tutto è conservato con ordine, così come l’elenco di nomi e cognomi e cifre che compare in un’agenda, cartacea, dove gli spacciatori segnavano i nomi dei clienti, le cessioni, i debiti e i crediti. Materiale prezioso per la procura, sequestrato dalla polizia, che adesso sarà analizzato per rintracciare gli altri membri della banda e chi sta dietro loro. L’albanese, che come i codici della malavita prevedono, non collabora ed è in carcere, dove, probabilmente resterà a lungo, dato che perquisizione, sequestro e narcotest evidenziano i “gravi indizi di colpevolezza”.

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