stadio Filadelfia
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Toro e suole

A Melfi, in Lucania, era di stanza nel ventennio uno di quei “battaglioni di disciplina” cui l’esercito affidava le teste calde, ma non abbastanza da meritare Gaeta. Essendo il principio punitivo quello di “sbatterli più lontano possibile da casa”, i terroni li mandavano in Friuli, e i polentoni in Lucania. Bon. Sarà perché il calcio allora era più giocato di oggi dai ragazzi, fatto sta che i piemontesi della caserma giocavano coi lucani partite accanite. Però, tra i soldati in punizione, i signorini erano tutti della Juve, mentre i popolani erano tutti del Toro, e a furia di giocare coi loro pari-ceto del posto, li convertirono alla fede granata.

Fu così che nacque il Toro Club Melfi, attivo ancora oggi. La storia me l’ha raccontata Vincenzo Bevilacqua, che faceva a quel tempo il calzolaio a Melfi, e giocava anche lui, ma soprattutto aggiustava (gratis, fuori orario) le scarpe di compagni e avversari: a giocare sulla terra (campi erbosi e scarpe bullonate erano un sogno, era già tanto aver la palla…) si rompevano di continuo. Dopo la guerra Vincenzo salì a fare il ciabattino qui, davanti al Filadelfia (i giocatori del Toro suoi clienti, che sogno!) e ha continuato a farlo fino a poco tempo fa quando, alla bella età di 94 anni, ha deciso di smettere. A entrare nella sua tana, di fianco allo Sweet, sembrava d’aver sbagliato bottega, tanti erano i ritratti di musicisti e gli strumenti appesi alle pareti (la musica è il suo hobby), ma il mestiere era rimasto quello, e la fede anche. Toro e suole. Ha chiuso, Vincenzo, ma l’altro giorno passeggiava ancora, fiero, davanti alla serranda chiusa del suo covo, con la sciarpa granata al collo. Bella storia, no?

collino@cronacaqui.it

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