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IL REPORTAGE Dalla periferia al cuore di Porta Palazzo

Torino senza mercati: «La città è spettrale, speriamo li riaprano»

Clienti perplessi tra piazze e bancarelle vuote: «Non ha senso se gli alimentari sono aperti»

Nel primo giorno della storia della città senza mercati, non fosse per il freddo e il cielo grigio, corso Cincinnato farebbe pensare a un pomeriggio d’estate. Poche automobili posteggiate al posto delle bancarelle, quasi niente di straordinario al colpo d’occhio.

Ma è il silenzio a rivelare che quella piazza, d’abitudine così viva di merce e fatica, oggi è solo l’avamposto di un contenimento che si fa sempre più stretto. «Non si vede passare nessuno, per questo sembra tutto spettrale, ma davanti ai supermercati ci sono code anche abbastanza lunghe» confida un civich, mentre snocciola consigli a due anziani che passeggiano senza alcuna protezione sul viso.

Arrivano a passo lento dal gabbiotto dei bagni pubblici, quelli che di solito sono utilizzati dagli ambulanti. “I mercati di Torino, l’anima della città”, dice lo slogan del Comune dal muro colorato. E da Lucento a Santa Rita, passando per corso Racconigi e corso Svizzera fino a Porta Palazzo, quell’anima pare abbia perso la propria voce.

Roberto Scapin fa avanti e indietro sul tratto di corso Sebastopoli in cui di solito vende profumi. «Speriamo che facciano riaprire già da domani. Sarebbe facile disporre almeno le bancarelle degli alimentari senza che si creino assembramenti» spiega, immaginando una logistica tutta sua. Nasconde, però, lo sbigottimento di chi sa bene che quel mercato è sempre pieno di clienti.

Almeno, prima del «maledetto virus», come lo definisce Claudio mentre è in coda davanti a un negozio di alimentari in piazza Madama Cristina. «Ci sta togliendo tutto, a partire dalle nostre abitudini». Al posto degli ambulanti dell’ortofrutta, qui, c’è solo un’ordinata attesa per entrare al supermarket.

Luigi Spampinato e sua figlia Assunta, invece, fanno entrare uno per uno i clienti nella loro edicola. «Il tempo di acquistare ciò che serve e si esce, per molti la lettura è l’unica compagnia» commenta il padre, mentre si guarda intorno perplesso. «Fa davvero impressione, con il senno di poi viene da pensare che avremmo dovuto chiudere tutto prima ma, adesso, vien facile dirlo» sottolinea Giorgio, 30 anni, che mai avrebbe pensato di vedere il vuoto di questi giorni o di uscire giusto per fare la spesa.

Franco di anni ne ha 83 ed è costretto a provvedere per sé e sua moglie, scendendo in strada con l’unico conforto di una mascherina leggera sulla bocca. Una di quelle da cantiere. «La guerra l’ho vista, per cui non mi stupisco dei limiti che ci impongono, ma non credevo che chiudessero il mercato» afferma sgranando gli occhi per lo stupore.

La stessa sorpresa amara l’ha avuta chi lo ha scoperto sui quotidiani in edicola. «Noi stiamo aperti, ma forse quella delle chiusure era una decisione da prendere prima» dice Claudio, che i giornali li vende da vent’anni e insieme a pochi commercianti ritrova la propria attività nell’elenco di quelle aperte perché hanno una funzione sociale determinante. «Necessaria».

E il macellaio Armando è convinto che avrebbero potuto lasciare questa possibilità anche agli alimentari dei mercati rionali. «Gli è stato detto dal giorno alla notte che non avrebbero aperto: così, oltre ai mancati guadagni, gli alimentari rischiano anche la merce».

Per Vito, invece, «l’errore è stato quello di non chiudere tutto subito, per quindici giorni e via. Chi lo avrebbe detto, però, fino a due settimane fa?». Una simile calamità non se la sarebbe aspettata nemmeno Maura. «In 49 anni non avevo mai visto corso Racconigi senza mercato. Fa effetto. Ora mi domando se non ci siamo mossi troppo tardi».

Che forse abbia ragione a chiederselo sembra confermarlo un’istantanea di piazza della Repubblica, dove qualche giorno fa ancora si assembravano senza criterio centinaia di clienti, fino a portare il Comune alla decisione di chiudere tutto. I piccioni si sfamano di rifiuti e Porta Palazzo sembra sospesa in una calma irreale per un lunedì feriale, quasi aspettasse solo un ordine per tornare a riempire gli scheletri delle bancarelle rimaste vuote, come al risveglio da un incubo.

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