Torino non gioca a tarocchi

Le polemiche sul trasferimento a Monza del Salone dell’automobile, imputato dagli organizzatori alla freddezza della giunta Appendino, vanno ridimensionate. Per primo va ridimensionato il salone stesso. Che ‘salone’ è, all’aperto? La fiera di tende che emigra a Monza non era neanche il fantasma del Salone dell’Automobile, tanto che al suo esordio, nel 2015, si chiamava “Parco Valentino Salone & Gran Premio” per richiamare agli orecchianti distratti, senza neppure poterli sfiorare, i due mitici avvenimenti automobilistici del nostro Parco: il Gran Premio di Formula 1 degli anni ‘30 e ‘50 e il vero, primo ed unico Salone dell’Auto, quello di Torino Esposizioni. Anche l’afflusso sbandierato di 700mila visitatori è gonfiato, mancando con l’ingresso gratis la possibilità di contare i biglietti, come millantata è la “partecipazione delle principali case automobilistiche”. Nessuna casa partecipava direttamente, ma solo i concessionari. E’ come se a un salone dei dolciumi uno vantasse la presenza della Ferrero e al suo posto ci fosse il droghiere dell’angolo con un po’ di Nutelle e Mon Chéri su una bancarella. Questa fiera paesana del brum brum farcita di porchettari e souvenir emigri pure in Lombardia. Oltretutto ci vogliono andare loro, e ci andrebbero anche se la Appendino li coprisse d’oro. Campano di tende affittate, e un bacino di tre milioni di potenziali visitatori glie le fa vendere meglio del nostro di 800mila. Ma nell’epoca di Internet i saloni sono finiti, come canale di promozione. Ginevra è diventato biennale. Detroit è in crisi e vuole cambiare formula. Il Motor Show di Bologna si salva con le moto e coi raduni. Vadano, vadano. Non perdiamo granché.

collino@cronacaqui.it

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