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Tocco e ritocco

La Guardia di Finanza di Napoli ha arrestato otto persone per aver truffato la Tim di oltre 50 milioni di euro attivando 35mila schede telefoniche false. Mi immagino il funzionario Tim che telefona alla Gdf per avere particolari e trova un disco: “Qui la Guardia di Finanza. Se siete un privato, digitate 1, se siete un’azienda 2, se siete un ente pubblico 3, se siete un ente religioso 4, se siete un’organizzazione Onlus 5, se siete altro 6”. Il tipo della Tim digita 2 e scatta un altro disco: “Per informazioni generali, digitare 1, per reclami su accertamenti 2, per correzioni 3, per autodenunce 4, per delazioni 5, per segnalazione reati 6”. Chiaro. Lui digita 6. Il telefono squilla per un minuto a vuoto, poi parte ancora un disco: “Gli operatori sono momentaneamente occupati, si prega di non agganciare per non perdere la priorità acquisita” intervallato da un brano di Mozart. Dopo mezz’ora di musica e “si prega”, cade la linea. Il nostro deve ricominciare daccapo la trafila. Lo fa, ma la linea ricade, e così per altre otto volte. Quando finalmente riesce a parlare col numero “di Mozart” sente un altro disco: “Per la denuncia di reati recarsi al più vicino commissariato o stazione di carabinieri, stendere il relativo verbale e trasmetterlo via fax al seguente numero…”. A questo punto forse il funzionario deciderebbe di fregarsene. In fondo il danno è “figurato”, nel senso che la Tim non ci ha rimesso materialmente dei soldi, ma ha solo erogato gratuitamente dei servizi. Far schede false è come entrare allo stadio scavalcando. Ma un certo malessere, per essere stato trattato esattamente come la sua azienda tratta i clienti da anni, gli dovrebbe rimanere appiccicato addosso. O no?

collino@cronacaqui.it

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