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Tempesta

Ieri, seduto alla scrivania con la porta-finestra spalancata, ho smesso apposta di scrivere per godermi il momento più furioso della grandinata. I chicchi precipitavano sul cemento del cortiletto interno, coperto d’erba sintetica, e rimbalzavano. Non vedendoli cadere (sono troppo veloci) sembrava di ammirare un circo di pulci bianche ammaestrate a saltare, qual più qual meno in alto, e poi posarsi nel verde finto come tante margherite che l’erba sintetica non ha. Poche cose mi calmano e m’ipnotizzano come sentire la pioggia sul tetto e guardarla cadere da un riparo. Forse fissare il fuoco nel camino, ecco. È quello stato lì. Anche di notte dormo meglio, se sento la pioggia e il vento fuori. Sono sensazioni ancestrali portate nel Dna dalla profondità dei secoli, dai tempi delle caverne, quando il fuoco era vita, e il ripararsi anche. Non sempre fu così. Da quando l’uomo è diventato agricoltore la pioggia eccessiva e la grandine hanno portato miseria, distruggendo raccolti e vanificando fatiche. Fino al secolo scorso nelle cascine, al giungere di una tempesta, si pregava tutti e si bruciavano in un piatto alcune foglie secche dell’ulivo pasquale, dopo aver gettato in mezzo all’aia la catena del camino. Quest’atto, almeno, ha un suo perché: il ferro attira i fulmini ed evita che entrino in casa. I contadini non sapevano di Franklin e di parafulmini, ma qualcuno di loro, nei secoli, l’aveva notato. Anche gli alberi attirano i fulmini, e infatti i contadini non vanno mai a ripararsi sotto di essi. Questi pensieri fluttuavano nella mia mente osservando i salti delle pulci bianche nel cortile ed ascoltando il brontolio dei tuoni. L’ansia del vivere, lei, era già a cuccia.

collino@cronacaqui.it

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