Teddy
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HORROR

Teddy ha un’amica immaginaria e l’orrore arriva con i disegni

L’inquietante thriller illustrato di Jason Rekulak

Come reagireste se il dolce bambino a cui fate da babysitter chiacchierasse con un’amica immaginaria durante l’ora del riposino, se la ritraesse giorno dopo giorno, con i capelli scarmigliati e tre buchi neri al posto degli occhi e del naso, o mentre viene strozzata e gettata in un fosso? E se quei disegni diventassero via via più definiti, troppo realistici e complessi per una mano di cinque anni? Se vi dicessero che nel cottage in cui alloggiate una donna è stata uccisa in modo violento – le pareti imbrattate di sangue dal pavimento al soffitto, il corpo sparito – ci credereste? Soprattutto, vi fidereste del vostro giudizio, dei vostri stessi occhi, se soffriste di vuoti di memoria e portaste ancora i segni di un lacerante senso di colpa e delle dipendenze?

Sono questi gli ingredienti di “Teddy” di Jason Rekulak (Giunti, 16,90 euro, traduzione di Roberto Serrai), un bel thriller originale, sorprendente e con un tocco di paranormale, l’ideale in questo periodo di nebbie e ombre che si allungano.

È la ventunenne Mallory a rivolgersi a chi legge, Mallory con il suo passato da atleta – “la sesta ragazza più veloce di tutta la Pennsylvania” – e la voglia di ritornare in carreggiata, di lasciarsi tutto alle spalle, in fretta… e in effetti è una corsa il suo lungo racconto, come se il tempo mancasse, come se la vita del piccolo Teddy (e non solo) fosse in pericolo. Non si può escludere che, sotto le suole che divorano l’asfalto, mentre le strade pulite e ordinate di Spring Brook sfrecciano rapide e perdono definizione, qualcosa sia sfuggito – una spiegazione razionale andata perduta, una leggenda distorta in verità. Insomma, una narratrice inaffidabile, perché è lei la prima a non darsi credito.

Ma qualcuno, in lei, ha fiducia eccome, in un bizzarro gioco di scambi in cui è lo spirito di chi non c’è più a credere in un corpo che esiste e respira, al punto da tentare di comunicare, magari di affidare una missione. In modo criptico e incompleto, ovvio, perché evidentemente, pure da morti, non è che si possa fare proprio quel che si vuole, ci sono sempre regole, tempi… come in un buon romanzo che fa crescere la tensione e la sete di pagine.

Anya parla attraverso le matite e la carta, e i suoi messaggi li troviamo tutti, rappresentati dalle splendide, inquietanti e necessarie illustrazioni di Will Staehle e Doogie Horner, che non sono un decoro, ma parte integrante dell’opera, realizzate ancora prima che l’autore avesse “un contratto o un manoscritto pronto, o addirittura le idee chiare sulle immagini”, come se qualcun altro avesse indirizzato le dita degli artisti…

Perché – ed è un paradosso affascinante – ci sono assenze ben presenti, che pesano e si fanno sentire, anche senza parlare.

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