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TEATRO ASTRA. “Giro di vite” tra fantasmi e spiritismo

Valter Malosti dirige da oggi a domenica lo spettacolo tratto da “The turn of the screw” di Henry James. Irene Ivaldi è la protagonista della storia più paurosa del cinema

I fantasmi di Henry James riaprono all’Astra di Torino la stagione del Teatro Piemonte Europa. Prestato il palco nei mesi scorsi al Festival delle Colline Torinesi, la sala di via Rosolino Pilo riprende ora la sua programmazione con un classico del genere horror e gotico, “The turn of the screw” di Henry James, la novella più nota del romanziere statunitense, naturalizzato britannico, scritta nel 1898 e portata sullo schermo varie volte. Tra le versioni cinematografiche è rimasta famosa quella firmata nel 1961 da Jack Clayton. Ora con il titolo italiano di “Giro di vite” andrà in scena da domani sera e fino a domenica prossima per il cartellone del Tpe la versione teatrale affidata all’interpretazione di Irene Ivaldi e con la regia di Valter Malosti.

Era stato il vescovo di Canterbury a dare a James l’idea della storia. Lo aveva fatto durante un tè pomeridiano in cui gli aveva parlato di una donna andata a fare l’istitutrice in una casa abitata da misteriose presenze che avevano corrotto i bambini da lei accuditi. Era un periodo in cui lo spiritismo stava prendendo piede soprattutto in Inghilterra e ciò offrì il destro allo scrittore per confezionare un racconto meravigliosamente inquietante e ambiguo sul quale per molto tempo si interrogarono i critici nel tentativo di interpretarlo.

Carmelo Bene lo definì “il più pauroso film mai realizzato”. Sul palco dell’Astra Irene Ivaldi, in un crescendo di suspence, accentuata dal progetto sonoro e dalle luci di Gup Alcaro, dà voce a quell’stitutrice che, occupandosi di due bambini, i piccoli Miles e Flora, rimasti orfani e affidati alle cure dello zio in una remota magione nella campagna inglese, la magione di Bly, finisce per convincersi che siano posseduti dalle anime di due malvagi individui defunti.

«Fin dalle prime pagine – racconta Malosti – viene da chiedersi se non sia opportuno dubitare di quello sguardo e soprattutto di quella sua confessione, alla quale non vorremmo credere, incapaci come siamo di accettare il pensiero che il male esiste e che, quando si manifesta, è sempre tutt’altro che gradevole. Una polifonia di voci che diviene avventura psichica, rumore del pensiero. Un punto di vista libero, uno sguardo sull’abisso, privo di qualsiasi giudizio, che chiama in causa la coscienza di ogni spettatore e lo spinge a partecipare, interrogandosi, in un’atmosfera opprimente e ambigua».

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