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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Tav, una storia lunga 30 anni

Se va bene e se ci saranno i quattrini, la luce in fondo al tunnel della Tav si vedrà nel 2032. O meglio, chi vivrà vedrà. Ma intanto su questo progetto che dovrebbe rivoluzionare le reti di trasporto in Europa non si placa la rivolta No Tav, che sta diventando sempre più anarchica e meno montanara, tutta concentrata a far fuoco e fiamme sul cantiere che, a casa nostra, è zeppo più di militari che di operai. Per un tunnel dal costo di 2,6 miliardi garantire la sicurezza ci costa 400 milioni di euro. Capita così che mentre in Francia si apre la prima vera “porta” del tunnel a Saint-Julien-Montdenis, accompagnata da una bicchierata e da un lungo elenco di opere da realizzare, da noi si marcia sulla statale della Val di Susa e poi nei campi, fino al “fortino” (loro lo chiamano così) con i petardi nei tascapane. E mentre i vecchi si sfilano, la “new generation” targata Askatasuna e circoli anarchici attacca le reti, tenta di tagliarle, spara, grida e minaccia. C’è battaglia, come non accadeva da prima della pandemia e le forze dell’ordine devono spegnere l’attacco con gli idranti e con bordate di lacrimogeni che in valle portano una nebbia mefitica. Siamo ancora una volta ai fronti contrapposti, con la montagna da scavare che divide due diversi modi di accogliere il futuro che verrà. E non accade da ora su questo progetto che vide la luce nei primi anni novanta del secolo scorso in quel della Costa Azzurra quando il governo italiano e quello francese per la prima volta decisero di studiare un nuovo collegamento tra i due Paesi che attraversasse l’arco alpino occidentale. Erano gli anni in cui l’Unione Europea decise di inserire la Torino-Lione nella lista dei 14 progetti prioritari delle nuove reti di trasporto, rompendo barriere naturali che rallentavano da sempre il libero cammino dell’uomo e delle merci. Troviamo nei progetti, termini che avevamo quasi dimenticato, come i Corridoi Ten-T. In realtà, senza farla troppo lunga, la nostra è una tratta del Corridoio 5 che unisce Lisbona a Kiev. Ripassata un poco la storia va sottolineato come la prima intesa tra Italia e Francia risalga al 1992, mentre il primo progetto sia del 1996. Come dire che della Torino-Lione si parli ormai da quasi trent’anni. E attraversi un ginepraio burocratico di almeno una decina di fasi progettuali, otto delibere del Cipe, cinque valutazioni di impatto ambientale e sette tra trattati e accordi internazionali, l’ultimo dei quali ratificato dai due parlamenti. In mezzo, come dice qualcuno, ci sta il mondo, pardon l’Europa che dell’opera è il finanziatore più importante, ma anche l’arbitro dei quattrini da erogare per questo progetto che solo nella tratta principale vale 8,6 miliardi, salvo l’aumento delle materie prime in questo prossimo decennio. Per la cronaca recente, anzi di ieri, va detto che mentre scoppiavano i petardi a casa nostra, in Francia si scavava. Centocinquanta operai al lavoro che dal prossimo anno raddoppieranno per garantire un cronoprogramma ambizioso. A tal proposito, per parlare di casa nostra, dobbiamo aspettare lunedì quando torneremo ad incontrare i francesi in seno alla Commissione intergovernativa che vedrà il debutto del ministro Matteo Salvini a confronto con il suo omologo d’Oltralpe, Clément Beaune e la commissaria Ue, Iveta Radicova, per dare il via libera alle tratte di accesso alla Tav, tra cui la Torino-Bussoleno per un valore di due miliardi che certo farà bene alla Valle portando lavoro. Ma l’opera prima resta lì, chiusa nel fortino. Guai ad immaginare una porta aperta, almeno a casa nostra.

beppe.fossati@cronacaqui.it
enrico.romanetto@cronacaqui.it

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