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Buonanotte

Tassa di sfruttamento

I compagni sognano un’Italia dove chi lavora sotto padrone sia esentato dal pagare tasse e riceva una pensione anche senza aver versato i relativi contributi. Solo i padroni devono pagare le tasse, compresi i padroni di se stessi, cioè gli autonomi e i professionisti. Tutti tassati a sangue. E chi osa assumere un dipendente dovrà pagare una “tassa di sfruttamento” proporzionale allo stipendio erogato. Se non la paga, va in galera. I compagni sognano perché dormono. Se non dormissero, si accorgerebbero che questa loro utopia è il ritratto preciso della realtà corrente. Nessun dipendente in Italia paga le tasse e i contributi: è come se ne fosse esentato. Glie li paga il datore di lavoro, e glie ne deve dar prova con documenti vari. Se chiamassimo questi importi “tassa di sfruttamento” anziché “trattenute sulla busta paga” sarebbe lo stesso. Nessun dipendente in Italia a fine mese ha in mano il lordo. Nessuno tocca e conta le banconote che poi dovrà dare allo Stato. Non le vede neanche. Non evade perché non può. Nella realtà della vita vissuta, ogni dipendente pensa il suo stipendio al netto. Del netto parla quando fa confronti con altri. Del netto tiene conto nelle spese e nei progetti. Tutto il resto non lo tocca, pagano altri. Che si chiami cuneo fiscale o tassa di sfruttamento, che gli frega? Il calcio è un esempio lampante di ciò: gli ingaggi dei giocatori sono riportati dai media sempre al netto, al netto discussi dai procuratori e al netto percepiti, come se i giocatori fossero esentasse. Se il di più pagato dalle società fosse chiamato tassa di sfruttamento anziché oneri fiscali e contributivi, cambierebbe solo il nome, non la sostanza. Ci avevate mai pensato?

collino@cronacaqui.it

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