il colpo di tacco
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UNA VOCE NUOVA

Sul palco della memoria nel lato oscuro della Luna l’amore è un colpo di tacco

Gian Carlo Fantò, attore e conduttore di Radio Grp

Una A112, un pub, la musica dei Clash. E un incontro. Immagini che tornano dalla memoria che invadono il presente, il racconto che si fa futuro, le parallele che forse, ben prima dell’infinito, riescono a incontrarsi in un punto stabilito da chissà quando. Lo dice una strega, ma forse anche lei come uno zingaro è un trucco.

Attore teatrale, regista, conduttore radiofonico su Grp, Gian Carlo Fantò per il suo esordio nella narrativa sceglie un registro che più teatrale non si può: immaginatevi un uomo su un palco, illuminato da un tenue occhio di bue che poi si sposta, va a svelare altri personaggi – o sono ombre, ricordi? – sullo stesso palco – ma quando: ieri, oggi, domani? Il registro della memoria, il registro dell’amore è quello scelto dalla voce di Fantò per raccontarci una storia che si sarebbe tentati di definire generazionale, ma la realtà è che certe storie sono universali.

“Il colpo di tacco” (BuendiaBooks, 14 euro) è la storia di Mat e dei suoi amici Joe e Guild, da adolescenti fino ai sessant’anni suonati (è il caso di dirlo), e della loro musica, o meglio del loro far musica per attraversare gli anni, crescere, cambiare, restare insieme. Ed essendo musicista non poteva che definire «the dark side of the moon» il suo lato oscuro, quell’angoscia che lo prende, quell’obnubilamento che lo rende irriconoscibile persino a se stesso. E quale miglior metafora della memoria che gioca? Potreste pensare al momento in cui l’attore, sul palco, si trova senza parole, senza un suggeritore nella buca, lasciando tutto sospeso. Per poi riprendere. Dopo aver lasciato magari spazio a uno degli altri personaggi sul palco – reali? creati? – o alla musica, al fumo e all’eroina, al concerto di Bob Marley a Milano, ai viaggi, notti e giorni a Eilat, crocevia senza diavoli, e vinili e musicassette, birre e magliette, mappe, mari, chitarre e una bombetta come quella di Liza Minnelli o, per restare in ambito “generazionale”, Tereza e Sabina allo specchio ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

Mat insegue il senso di un incontro, un’ombra e un corpo abbracciati, accolti e lasciati andare, non capiti, forse. C’è un amore giocato sui registri del non detto oppure del detto troppo. Come in un amore clandestino fatto per anni solo di scambi di messaggi sul telefonino, senza conoscersi, senza sapersi vedere, ma forse per questo è meno amore? Due rette parallele non si incontrano, magari alle volte non è vero, ma quando due treni corrono su due binari paralleli può capitare di vedere il viso del passeggero al finestrino dall’altra parte, nell’altra direzione, e dura solo un istante. Un istante preziosissimo, che si dilata, proprio come un colpo di tacco, il virtuosismo che nel calcio spesso non serve a un granché – ma non ditelo a gente come Socrates, Mancini, Beccalossi, Ardiles, Giroud – se non a strappare l’applauso, un «oh» di meraviglia fanciullesca – sì, dei tempi in cui ai ragazzini nelle scuole calcio insegnavi ancora a saltare l’uomo, perché era come insegnargli a ridere e a sognare -, come uno “slow-mo” accompagnato dalla musica, per poi lasciare che la pellicola riprenda a viaggiare alla sua velocità, impaziente, impetuosa, l’attore in scena cambia ritmo, le parole danzano.

Passato e presente, dagli anni ottanta ubriachi alla contemporaneità drammatica della pandemia e delle vite sospese, fino al futuro, perché appunto il tempo riprende a scorrere, siamo nel terzo atto ormai. E si esce dal lato oscuro della luna.

Un registro vivace, quello di Fantò, come inesauribile è il suo parlare e raccontare in radio. Oltre il generazionale, dicevamo, perché non è una questione di una generazione riconoscersi nel suo narrare: nell’amore e nel sogno ci ritroviamo tutti, in qualche modo e la musica è quel linguaggio universale che ci accompagna.

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