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Politica
Stefano Lo Russo si svela in redazione

«Subito 100 milioni per riparare le buche e poi grandi eventi»

«Carte d’identità in una settimana con mille assunzioni. Voglio le code davanti ai musei e la metro aperta di notte»

Si definisca con tre parole.
Preciso, determinato, onesto.

Torino Cronaca ha raccontato i problemi della città sotto il titolo “La Torino Bruttissima”. Cominciamo dallo spaccio. Lei cosa farebbe per contrastarlo?
«Senza ambiguità dico che chi spaccia va arrestato, e fine della trasmissione. Il discorso della sicurezza, però, se vogliamo essere persone serie, va affrontato sotto il profilo sociale, che vuol dire: lavoro, servizi e attenzione ai bisogni di tutti. Se non assicuri questo ai cittadini, l’illegalità dilaga. In Barriera di Milano, ad esempio, oggi un ragazzino che esce da scuola non ha una piscina o un campo da calcio dove andare, vede solo degrado intorno a sé».

Infatti dilagano le baby gang. Avete un piano per i giovani?
«Riprendere in mano il presidio del territorio vuol dire dare ai ragazzi alternative, luoghi di aggregazione, opportunità di formazione, di svago, che in qualche modo aiutino a evitare questi fenomeni di devianza su cui bisogna lavorare prima che si sviluppino».

Centri commerciali: negli ultimi anni ne sono nati tantissimi che stanno uccidendo il piccolo commercio di vicinato e i mercati. Pensa di invertire la rotta?
«Credo che il commercio, pur in una libera concorrenza, debba avere una pianificazione con un meccanismo che guardi ai bisogni dei cittadini. Vi faccio un esempio. Da assessore, nel 2015, non riuscimmo a trovare qualcuno che andasse a Vallette a mettere un supermercato. E quando io andavo a Vallette, il primo problema era la desertificazione commerciale di via delle Verbene. In altre parole, ci sono zone con oggettiva sovrabbondanza di supermercati e zone che invece sono scoperte».

Ha già individuato un assessore al Commercio?
«Credo che di giunta si debba parlare a elezioni vinte. Quello che posso dire è che mi assumerò la piena responsabilità delle scelte che farò in base a criteri che sono di competenza e voglia di lavorare. Io ho bisogno di una squadra di assessori che “rusca”, che si occupi dei dossier. Vanno bene le inaugurazioni, le strette di mano, le interviste… Ma c’è tanto da lavorare. Voglio una squadra coesa e caratterizzata anche da capacità politica».

E sarà una giunta con molte donne, non è vero?
«Punto ad avere una maggioranza di donne in giunta, sì. I risultati elettorali sono eclatanti. E poi c’è un altro motivo: le donne hanno una marcia in più. Danno chiavi di lettura della città innovative e, per certi aspetti, meno stereotipate».

Nella periferia Nord hanno votato in pochi, ma chi ha votato ha scelto in maggioranza la destra. Ha paura che non votino di nuovo?
«Sì. Auspico che al ballottaggio tutti i torinesi vadano a votare. Credo che il tema della disaffezione sia molto preoccupante».

Chi ha votato al primo turno in quei quartieri però ha votato soprattutto la destra…
«Non è proprio così. C’è un risultato aggregato per cui la destra ha vinto le Circoscrizioni 5 e 6, ma se poi fai una analisi di dettaglio, vedi che a Falchera ha vinto il centrosinistra, ad esempio».

Parliamo del caso Robella. Damilano, considerando la parola “camerata” come sinonimo di “fascista”, ha preso le distanze dal consigliere di Fratelli d’Italia che ha ringraziato i camerati che lo hanno votato… Per lei è sufficiente questa dissociazione?
«Damilano, se vince le elezioni, da questo punto di vista avrà una maggioranza ingovernabile. Nonostante lui continui a rivendicare il suo essere civico, la sua maggioranza sarà a fortissima trazione Fratelli d’Italia e Lega, che rappresenterebbero i due terzi del consiglio comunale. Temo si illuda un po’ di poter governare in quella maggioranza, e i partiti, sornioni, stanno a guardare e aspettano di vedere cosa succederà. I due terzi di quel voto sono di partiti che, in alcuni casi, come hanno dimostrato recenti fatti di cronaca, fanno esplicito riferimento a elementi fascisti. Apprezzo il suo tentativo di presa di distanze, ma temo che non abbia contezza piena di quelli che saranno i livelli di condizionamento che ci saranno in Sala Rossa».

Fratelli d’Italia ha annunciato pesanti sanzioni nei confronti di Robella, non escludendo l’espulsione dal partito… Lei ritiene esemplare e sufficiente tale decisione?
«Credo che oggi la questione di fondo sia il contrasto, che deve essere corale, alla destra eversiva. Il tema, qui, non è tanto il caso di Robella, ma un riemergere di una destra con caratteri tipici dell’eversione e che richiede una qualità di risposta da parte dei partiti molto elevata. Ricordo sempre che il terrorismo fu sconfitto grazie a una netta e forte coalizione culturale da parte di tutto il quadro politico. L’assenza di collateralismo politico a queste derive è condizione necessaria per poterle sconfiggere. Se si è ambigui, queste cose non vengono sconfitte. Esattamente come capitò per il terrorismo eversivo brigatista, quando il Pci prese posizioni nette contro, senza se e senza ma».

Ma questo avvenne dopo Moro…
«È un tema molto delicato. Perché quello che è capitato a Roma evoca i fatti statunitensi con l’assalto al Campidoglio. Ci sono professionisti organizzati con una regia».

Lei milita, fin da giovanissimo, prima nell’Ulivo, oggi nel Partito democratico… Le radici di questa formazione politica affondano nel Partito Comunista e nella parte più di sinistra della vecchia Dc…. Che giudizio può esprimere nei confronti del comunismo? Lo considera un totalitarismo uguale, migliore o peggiore del fascismo?
«Lo considero una stagione della storia che per come si è configurata da questo punto di vista è terminata. Non assimilo però il comunismo al fascismo. Perlomeno nella declinazione italiana democratica, insomma».

All’interno del Pd ci sono ancora moltissime persone, dai dirigenti ai semplici iscritti, che sono state comuniste… Le è mai capitato di sentirli usare il termine “compagno” in questi ambienti?
«Certo. E a me non dispiace per nulla. Mi sembra un modo simpatico di relazionarsi e identificare un comune sentire».

Ha mai salutato con il pugno chiuso?
«Probabilmente negli anni giovanili, in qualche corteo, sì. Ma sinceramente non ricordo».

Al primo turno hanno partecipato tre liste che riportavano nel simbolo la parola “comunista”. D’Orsi le ha già fatto l’endorsement, ma si aspetta che questo fronte si compatti e voti per lei?
«Io ho sempre detto che, al primo turno, si vota quello che si sente più vicino, mentre al secondo turno quello che si sente meno lontano».

Ztl: finita la sospensione per la pandemia, la allungherete?
«Noi dobbiamo rivedere il centro della città in un’ottica integrata e, in questo contesto, parleremo anche di viabilità e Zona traffico limitato. Io, ad esempio, sono un grande sostenitore delle pedonalizzazioni, ma che siano vere, come quelle di via Monferrato o via Lagrange. Pedonalizzare vuol dire fare un progetto urbano, occuparsi dell’arredo, della vocazione e della relazione con il commercio di prossimità. Non è solo vietare il traffico alle macchine. Via Roma, ad esempio, è una chiusura al traffico. Mentre io vorrei farne una vera pedonalizzazione».

Come?
«Facciamo un progetto di arredo urbano. Magari bandiamo un concorso aperto agli architetti. Ci sono tante energie di qualità che possiamo sfruttare. Visto che arriveranno risorse del Pnrr, usiamole per fare operazioni di abbellimento del centro».

In Corso Marconi, invece, che cosa è andato storto?
«L’errore strutturale è stato non fare il parcheggio interrato quando andava fatto. Il modello vincente è stato quello di portare la sosta delle auto sottoterra. Pensiamo a piazza San Carlo, piazza Vittorio, piazza Bodoni, piazza Carlina, Solferino…»

Si potrebbe riprendere quel progetto per corso Marconi?
«Ora è molto più complicato perché sono state fatte delle operazioni sulla viabilità di San Salvario che rendono l’operazione più difficoltosa. Penso alle ciclabili di via Nizza o all’area pedonale. Lo potremmo riprendere in mano, ma in ottica concertativa con il territorio».

E in piazza Baldissera? Il tunnel ci sarebbe già, si può aprire?
«Quel sottopasso è stato bloccato dall’amministrazione uscente. Io lasciai una variante urbanistica approvata che prevedeva 8 milioni e 300mila euro per la realizzazione di quel sottopasso e questa amministrazione l’ha revocata. Il tema andrà ripreso da zero, insieme al futuro del Palazzo del Lavoro».

Parliamo del decoro in centro…
«Il centro di Torino è stato abbandonato. È sciatto, sporco, degradato. Dovrebbe essere la vetrina della città: curato, pieno di attività culturali e commerciali. C’è invece un tema di desertificazione commerciale molto rilevante. La revisione della Ztl fa parte di questo discorso. Prima programmo che cosa è il centro, poi mi occupo di come ci arrivo e come costruire la mobilità e le limitazioni al traffico».

E come risolviamo il problema dei clochard?
«Con un approccio che deve cambiare radicalmente. Il modello dei dormitori non funziona più, dobbiamo arrivare a sistemazioni diverse».

Quali?
«L’approccio vincente, secondo me, è quello dell’inserimento in unità abitative con accompagnamento psicologico. Separando, attraverso un lavoro capillare, i delinquenti da chi è in difficoltà. Prendere i clochard e metterli in dormitorio per toglierli dalla strada è inutile».

Buche nelle strade. Dalla collina in giù ci sono strade disastrate…
«E anche i marciapiedi sono un problema gigantesco. L’arrivo del Pnnr ci darà una mano a fare un grande piano di manutenzione».

Avete idea di una cifra da investire per la manutenzione stradale?
«Dagli 80 ai 100 milioni di euro in un orizzonte di due anni»

Non avete mai pensato di coinvolgere i privati che magari riqualificano un condominio, affinché riparino i marciapiedi?
«È una buona idea, si potrebbe pensare a qualcosa del genere, in senso premiale. Io sono figlio di una cultura basata più sull’incentivazione che sulla coercizione. Se cambi il modello di ragionamento e lo imposti sulla premialità, di norma, ottieni molte più cose».

Damilano spesso ha fatto sapere che preferirebbe parlare con il sindaco di Tokyo per rendere la città nota in tutto il mondo, piuttosto che limitarsi a buche e marciapiedi. Cosa ne pensa?
«Credo che il problema delle manutenzioni sia uno dei principali problemi della nostra città. Poi certo penso che ci sia anche il tema di come Torino si debba relazionare con le altre grandi città, ma attiene alla sfera della promozione internazionale su cui credo di investire, ma non è la prima cosa a cui penso. E’ giusto pensare alla vita quotidiana dei cittadini prima».

Avete già in mente un grande evento per rilanciare la città?
«Vorrei riavviare la vita culturale di Torino. E mi piacerebbe ci fosse più coinvolgimento nei grandi eventi».

Pensa alle Olimpiadi del 2006?
«Sono state capaci di coinvolgere tutta la città, dal centro a Mirafiori e fino alla collina».

È stato possibile anche grazie al reclutamento dei volontari…
«Certamente. Mio papà, ad esempio, ha fatto il volontario olimpico e ricordo che prendeva il pullman da Torino e andava a Pragelato e in val Troncea a prendersi un freddo incredibile. Dovessi guardare a una prospettiva credo che i grandi eventi dovrebbero essere fatti su quel modello, coinvolgendo la città».

Movida: come si conciliano divertimento e diritto di dormire?
«Le esigenze da conciliare sono tre: quelle di chi lavora in questo settore, di chi deve dormire e della città che deve essere viva. E anche qui non c’è “la” risposta. Hai un primo tema che riguarda l’offerta, che è da potenziare. Oggi un giovane può andare a bere uno spritz o a mangiare, ma non ha un’offerta culturale adeguata a disposizione. Poi c’è un problema di spazi per la cultura della notte. E allora il nostro piano di rigenerazione, soprattutto sulla zona nord, avrebbe l’ambizione di costruire contenitori dove poter fare questo tipo di operazioni. Poi c’è un discorso di presidio, controllo e legalità. Non devono esistere zone franche in cui vige l’anarchia».

E il trasporto pubblico notturno?
«Vorrei la metropolitana aperta anche di notte. Se non tutti i giorni, almeno nei giorni di maggior flusso. Mi piacerebbe poi riprendere in mano il discorso delle notti bianche e farne magari una con tutta la cultura torinese. Anche nell’ottica di Torino capitale della cultura 2033, che è stato uno dei progetti che sono riuscito a portare avanti in questi anni. Io credo molto nella cultura come patrimonio delle cose desiderabili in città. Mi candido a essere il sindaco che riporta le code davanti ai musei»

E per le code davanti all’anagrafe invece che cosa può fare il sindaco?
«Dobbiamo riorganizzare il processo di erogazione delle carte d’identità. Ho preso un impegno ambizioso. Portare, nei primi sei mesi di mandato, il tempo di attesa per i documenti a una settimana. Scendere da cinque mesi a una settimana».

E come intende riuscirci?
«Riaprendo le anagrafi decentrate e potenziando il personale in organico. Sicuramente ci sarà un tema di assunzione. Dobbiamo assumere dei giovani».

Quante persone servirebbe integrare nella macchina comunale?
«A oggi sono poco meno di ottomila. Penso che, a regime, ne servirà almeno un altro migliaio nei prossimi cinque anni».

Tutti con il Green Pass?
«Sì. Credo che sia un meccanismo che contempera due esigenze: quella di chi vuole tornare alla normalità e non deve essere limitato e chi invece, legittimamente, decide di non vaccinarsi. Il Green Pass ha questa funzione. Chi non vuole vaccinarsi si fa il tampone e questa mi sembra una buona strada per uscire dall’emergenza pandemica».

Stellantis: se avesse davanti Tavares, quali sono le prime tre cose che gli direbbe?
«Che Torino è una città interessante per lo sviluppo dell’auto del futuro, che il Comune è disponibile a fare un ragionamento nell’ottica della salvaguardia dei posti di lavoro e della vocazione tecnico scientifica di prospettiva. E che davvero guardi a Torino come una opportunità di crescita del gruppo, e non come un problema».

E voi cosa potete fare per convincerlo?
«Il Comune può costruire le condizioni larghe affinché il nostro territorio sia appetibile per il business di Stellantis. Le nostre sono vocazioni sull’ingegneria di processo, sull’innovazione, sul trasferimento tecnologico, sulla ricerca. E questo attiene molto al progetto della Città universitaria, a cui tengo particolarmente. Nell’ottica di una stretta relazione tra formazione scientifica, tecnica e industria».

Ma gli studenti faticano a trovare alloggi…
«Torino anche da questo punto di vista ha potenzialità enormi. Sia per quanto riguarda le residenze collettive che per il reimpiego di alloggi sfitti. Ce ne sono 50mila. Noi dobbiamo incentivare questo tipo di mobilità. E poi dobbiamo pensare a ciò che uno studente fa quando non studia e non dorme: lo sport, le attività culturali ricreative e le aule studio. Se il Comune tira e gli atenei accompagnano, possiamo avere una città universitaria vera e propria, e questa deve spingere verso l’industria».

E come si fa?
«Pensiamo all’esempio di General Motors. Nel 2005 è arrivata a Torino con un centro di ricerca sui motori diesel, erano 50. Nel 2015 erano 850. Cosa è capitato? Un grande player internazionale è arrivato a Torino, città dell’auto, dove c’è un tessuto e un indotto di componentistica importante. Si è localizzato all’interno del Politecnico e ha attinto da lì le risorse umane che sono il nostro vero capitale. Quello è il modello vincente sulla transizione ecologica che riguarda l’auto».

Il sindaco di Torino deve poi fare i conti con la Città Metropolitana. Dalla cintura hanno lanciato quello che suona a tutti gli effetti come un grido di allarme….
«Noi abbiamo dedicato un capitolo intero del nostro programma alla Città Metropolitana. Secondo me è una grandissima opportunità di sviluppo per Torino. È la dimensione metropolitana quella in cui si gioca la ripartenza di alcuni settori. Un esempio? Il tema del trasporto pubblico. Un modello vincente e virtuoso è stato anche quello di Smat, che parte dal comune di Torino e oggi è una società solida e ha una ottima qualità di servizio e di depurazione. Poi c’è il fronte della progettazione europea, che va ragionata in scala metropolitana. C’è anche un discorso universitario da fare e, infine, il turismo e tutto ciò che riguarda il distretto dello sci. Da questo punto di vista, la Città Metropolitana da problema diventa opportunità. Io la vedo così».

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