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LETTERA A UN GIOVANE CALCIATORE. Calcio ed epica per Darwin Pastorin

Su quei campi di provincia possiamo tornare a sperare

Tra i superpagati milionari del pallone di oggi, il grande cronista ritrova il gusto di tornare all’origine di tutto, al divertimento, alla passione, a quel “sentimento forte” che è il calcio

Perché non siamo mai tornati su quei campi? Ossia quelli polverosi, spelacchiati, o modernissimi con il fondo sintetico, in ogni caso quelli del calcio cosiddetto minore, lontano da telecamere e milioni di euro. Può sembrare strano che a porre questa domanda sia uno come Darwin Pastorin, che ha seguito Mondiali, Europei, raccontando le gesta di grandi campioni e trasformando (una cosa che non si usa più) il resoconto sportivo in autentica letteratura (a quando un romanzo, Darwin? Ok, è vero che tu stesso sostieni di volerlo fare da quando c’era ancora il Muro di Berlino… Ma noi aspettiamo). Grande cronista e narratore di una razza di giornalisti sportivi ormai in estinzione, il buon Darwin. Che, tra Maradona, Altafini, Moacy Barbosa, i superpagati milionari del pallone di oggi ritrova il gusto di tornare all’origine di tutto, al divertimento, alla passione, a quel «sentimento forte» che è il calcio.

Lettera a un giovane calciatore” (Chiarelettere, 13 euro) potrebbe sembrare il seguito di quel libro “Lettera a mio figlio sul calcio”, «ma mio figlio Santiago ormai è grande e vuole fare il giornalista geopolitico» scherza Darwin, non mancando però di ricordare come il suo Santiago sia folle per il Cagliari e il mito di Gigi Riva. A testimonianza di una passione che è universale e trasversale al tempo stesso: se Darwin è juventino, come sua sorella, ci racconta però di «un altro fratello del Toro, la mamma del Chievo, mio padre del Napoli Pensa i nostri i pranzi di famiglia!». Solo il Palmeiras in Brasile metteva tutti d’accordo.

Ed è importante tornare a vedere il calcio solo con gli occhi della passione, provando a lasciar perdere gli scandali, il business dei procuratori e dei contratti faraonici, le polemiche inutili, le speculazioni, il razzismo, la violenza… Un mondo dove l’abbondanza di immagini ci consente di vedere molto più calcio di quanto abbiamo mai fatto, ma pare sia sparita l’epica della narrazione pallonara. Che ne è di quei campioni che, pur idoli delle folle e già strapagati, riuscivano comunque a calarsi anche nella vita normale?

Il calcio si è ammalato da tempo, anche lì dove tutto dovrebbe avere origine: ci sono per esempio genitoriultras che buttano i figlioletti in campo con l’idea che possano diventare dei nuovi Cristiano Ronaldo e far svoltare economicamente tutta la famiglia e arrivano a firmare contratti con superprocuratori per dei quindicenni; o quelli che scaricano sui rampolli la frustrazione di non essere stati qualcosa di diverso. Capita nel calcio così come capita in quasi ogni altro settore dell’es istenza.

Abbiamo bisogno di dire «basta», di fermare il nastro per un attimo. E, con Darwin Pastorin, guardare il Giovane Calciatore scendere in campo, «i capelli arruffati alla Maradona», seguirne le evoluzioni, le corse, i calci a un pallone. «Quando ti ho visto scendere in quel ritaglio di paradiso, ho capito che si può ricominciare a sperare».

 

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