vittima stupro
Cronaca
BARDONECCHIA. Condannato un ristoratore 45enne

«Stuprata da ubriaca ha tentato il suicidio» Condannato a 7 anni

L’uomo si era offerto, vedendola ubriaca dopo una lite col fidanzato, di ospitarla a casa sua «per aiutarla»

In Italia, sulle montagne, aveva conosciuto il suo “primo amore”. Un ventenne come lei, di cui si era invaghita e che l’aveva convinta a trasferirsi dall’Inghilterra, paese natio, a Bardonecchia. Il sogno di una vita insieme si è spezzato quando la convivenza non era quasi nemmeno iniziata. Dopo una notte da incubo, che Anna (nome di fantasia), non dimenticherà mai. Una serata iniziata con una lite col fidanzato, poi le bevute l’avevano del tutto stordita. I segni dello stupro, fisici e psicologici, erano emersi la mattina dopo. Poche ore prima un “amico” del paese si era offerto, vedendola barcollare e sapendo del litigio, di ospitarla a casa sua “per aiutarla”. Un “amico” di 20 anni più grande che, nonostante lei fosse incosciente e con un tasso alcolemico tra 2.42 e 3.09, le aveva offerto ancora “uno shottino” prima della violenza. Al risveglio, la fanciulla ha ricordato tutto. È tornata in Inghilterra il prima possibile, dove per la disperazione ha tentato il suicidio.

Il tribunale di Torino ha condannato a sette anni di reclusione il gestore 45enne di un ristorante di Bardonecchia, accusato di violenza sessuale aggravata. «Lei era consenziente, aveva bevuto molto, è venuta di sua volontà a casa mia, dove ha ancora assunto alcol», si è difeso l’imputato. Ma i giudici, accogliendo la richiesta di condanna della pm Lisa Bergamasco, non gli hanno creduto, ribadendo un principio sempre più consolidato in giurisprudenza: approcciare una ragazza che ha bevuto, una persona quindi non del tutto lucida, è l’anticamera della commissione di un reato estremamente grave. Se poi il reato viene consumato, la pena tiene conto dell’aggravante. Una ragazza ubriaca va aiutata, non va toccata.

Il caso è particolarmente delicato, secondo gli inquirenti, sia per la giovane età di Anna, sia perché – la notte del 21 settembre 2017 – la fanciulla non solo era incosciente, ma anche sola, in un paese che non conosceva bene e in un contesto in cui non poteva chiedere aiuto.

Quel 45enne Anna lo conosceva poco. Girava ogni tanto nella compagnia del fidanzato. Quella sera Anna litiga col suo ragazzo, va via di casa, e vaga. Si ubriaca. «Vieni da me, ti ospito io», si fa avanti lui. Quando entrano nell’appartamento di lui, nonostante Anna sia vicina al coma etilico, lui le offre ancora “l’ultimo shottino”. Riversa sul divano, quando Anna vede lui salirle addosso, ha soltanto più la forza di mormorare, forse inconsciamente: «Mettiti il preservativo». Una frase a cui la difesa si attaccherà al processo per dimostrare, invano, l’innocenza di lui, che invece viene condannato. Il tribunale riconosce il principio che violentare una donna in quelle condizioni è ancora più grave. All’imputato l’accusa contestava di avere fatto «assumere sostanze alcoliche in quantità tali da determinare in lei una condizione di alterazione psicofisica» e di avere abusato «delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica». Anna aveva avuto da poco il suo primo rapporto sessuale nella vita, col fidanzatino di Bardonecchia, dopo avere superato una brutta pagina della propria vita, l’anoressia. È a lui che la mattina seguente racconta tutto. Ed è lui che l’accompagna all’ospedale Sant’Anna e a fare denuncia.

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