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Cronaca
Viaggio al mercato tra gli indigenti di Torino

Studenti, disoccupati e pensionati cercano il pranzo tra gli scarti

A Porta Palazzo si raccolgono 400 kg di cibo al giorno per i poveri. Che si presentano a decine per gli avanzi

C’è la signora Emma, che fruga in cerca di pere e albicocche. In una cassetta, trova dieci frutti e li mette in borsa. «Sono per mia nuora – dice -. Ha una cascina a Torino con le galline. Gliene porto un po’, il resto lo mangio io». E se ne va a passo svelto. Magari la nuora la cascina ce l’ha davvero, o magari è solo un modo per nascondere il senso di disagio che si prova a confessare di dover frugare tra gli scarti di un mercato perché a casa non ci sono soldi per mangiare. E questo, a Porta Palazzo, area mercatale all’aperto più grande d’Europa, succede tutti i giorni, da molti anni. Pensionati, donne sole, disoccupati e giovani, quando smontano i banchi sbirciano tra bidoni e cassette raccogliendo il cibo avanzato. Arrivano già al mattino presto, quando gli ambulanti hanno appena montato le strutture, ma dopo la fine del mercato, dalle 14 in avanti, ce ne sono a decine. Come Marcella: «Ho perso il lavoro quattro anni fa, non ho il reddito di cittadinanza perché ho la casa di proprietà. Facevo la domestica».

Dal 2016, Comune e Amiat hanno attivato RePoPP, progetto che recupera le eccedenze alimentari al mercato per distribuirle ai poveri. Si prende il numero, si attende il proprio turno e si riceve la cassetta con frutta e verdura. Un lavoro che fanno solitamente ragazzi giovani: «Diamo circa 40 numeri al giorno – spiegano – e nei mesi caldi dell’anno recuperiamo anche 400 chili di cibo». RePoPP mette in campo Sentinelle dei rifiuti ed Ecomori. Questi ultimi sono rifugiati africani. Come Omar, 29 anni, del Gambia. «Sono in Italia da otto anni – racconta – e grazie a questo lavoro sono diventato un cittadino regolare». Alle 14,30, quando la maggior parte dei banchi è stata smontata e Porta Pila inizia a sgomberarsi, parte la distribuzione delle cassette: in fila c’è Silvana, insieme al marito: «Vengo qui una volta al mese. Perché? Non mi va che il cibo venga sprecato». Anche questa spiegazione, forse, nasconde sotto il tappeto la verità: raccontare, ad estranei, che si è in difficoltà economica, può essere doloroso e allora meglio dire così, che bisogna farlo per dire basta allo spreco di cibo oppure raccontare che la nuora ha una cascina con le galline. Fati, marocchina, attende il suo turno e tiene per mano una bambina molto piccola. Ci tiene a precisare questo: «E’ la prima volta che vengo qui, giuro». E poi: «Facevo la badante, ora mando curriculum alle agenzie per il lavoro. Dicono che mi chiamano. E invece non mi chiama mai nessuno». E così anche lei ingrossa, a Porta Pila, le fila degli “invisibili” in cerca di cibo. Che comprendono, e questo forse in pochi se lo aspettavano, anche giovani studenti, che infilano il cibo nelle borse e poi pedalano via in bici. Un’emergenza che non vuole finire.

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