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Storie di cacio e di censura

Quando fondai nel 1991 il mio periodico di satira calcistica “Fegato Granata”, chiesi a Michele Serra il permesso di usare per la testata gli stessi caratteri di quella di Cuore. Ci accordammo goliardicamente per un compenso in natura: 12 bottiglioni di Barbera e 12 forme di Réblochon (formaggio savoiardo molle che all’inizio odora poco, ma poi matura di colpo e puzza da morire). Il tutto arrivò alla redazione di Bologna, ma nella confusione fu messo in un canto. Pochi giorni dopo però il ‘profumo’ esplose, e tutti credettero che qualche nemico politico avesse spedito due scatoloni di merda. Per fortuna li aprirono, videro la mia lettera d’accompagnamento, assaggiarono e fu un trionfo. L’altro giorno Serra su Repubblica ha scritto: “questo monsignor Viganò, che protetto dal suo bel cappellino da vescovo ci spiega che qualcuno ha ucciso deliberatamente i contagiati per farci accettare lockdown, mascherine e coprifuoco, non fa ridere per niente. Perché la pazzia non fa ridere, la menzogna non fa ridere, la calunnia non fa ridere. Né la libertà di espressione può essere invocata a protezione di qualunque oscenità sgorghi da bocca umana, men che meno se chi la produce è un uomo di potere come questo signore”. Proprio vero che la ghiandola della tolleranza con gli anni si atrofizza, e ne secerne sempre meno. Gli sfinteri mentali si rilassano e il vaffanculo scappa sempre più facilmente (Grillo ci ha fondato addirittura un partito). Caro Michele, se la pazzia, la calunnia e l’oscenità non facessero ridere, Cuore non avrebbe avuto il successo che ha avuto. Chi stabilisce i limiti della libertà d’espressione? Quando me lo spiegherai, ti manderò altri 12 pintoni e 12 Réblochon.

collino@cronacaqui.it

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