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Amarcord
17 LUGLIO 1918

Sterminata la famiglia reale: ecco la strage dei Romanov

Una fucilazione senza alcun capo d’accusa, fu una vera carneficina

C’è un filo rosso che unisce le rivoluzioni. Un filo rosso sangue. In genere, sangue di poveri cristi che non avevano chiesto di essere “rivoluzionati”: a loro bastava stare tranquilli a casa loro, ma la tranquillità ha un prezzo e, in genere, l’unica valuta accettata in questi casi è quella della vita. Per dirla con Mao – e con Sergio Leone, che riprese la frase del leader cinese all’inizio di Giù la Testa! – «la Rivoluzione è un atto di violenza». In genere, un atto di violenza barbara, luciferina, un accanimento contro innocenti. Un trattamento riservato, tra gli altri, alla famiglia imperiale russa: una volta tolta di mezzo la monarchia, lo zar, la zarina, lo zarevich e tutte le principesse Romanov sperimentarono una prigionia imbarazzante, in quanto nessuno aveva imputato all’ex autocrate di tutte le Russie un capo di accusa. Era un capo politico deposto, un simbolo del vecchio regime; ma nessuno sapeva di che incriminarlo. Essere stato un imperatore era forse un reato? Trocky, da sempre l’anima più accalorata della Rivoluzione, sperava di portare Nicola II davanti ad un tribunale, perché il diritto è una cosa seria e una condanna a morte – perché l’esito del processo era scontato – doveva essere comminata in nome del popolo. Passi il fatto che il popolo russo fosse, in quegli anni, spaccato in due correnti: i favorevoli e i contrari alla Rivoluzione; l’importante era che la condanna avesse una parvenza di legalità. Un po’ come era avvenuto in Francia con il decapitato Luigi XVI: almeno, il “Cittadino Capeto” un processo lo aveva avuto. Ma la Rivoluzione significa progresso e, a ben vedere, il progresso può fare a meno di certe formalità come le aule di tribunali e tutto il resto. Soprattutto quando la Controrivoluzione si avvicina e minaccia di liberare lo sfortunato Nicola e la sua famiglia, imprigionato in una casa di provincia ai piedi degli Urali. Così, la notte tra il 16 ed il 17 luglio 1918, il soviet di Ekaterinburg – si noti, non il soviet di Mosca, ma i quattro gatti di Ekaterinburg – decise che Nicola e i Romanov costituivano una minaccia e andavano eliminati. Fucilazione. Jakov Jurovskij, un commissario della Ceka, organizzò lo sterminio della famiglia ex imperiale. Portati nello scantinato della casa Ipat’ev, dove erano rinchiusi, i Romanov furono messi al corrente della decisione dei quattro tizi di cui sopra e ammazzati brutalmente, senza lasciar loro nemmeno il tempo di raccomandarsi a Dio. Venti minuti di inferno, venti minuti di sevizie sulle povere figlie di Nicola i gioielli delle quali facevano rimbalzare le pallottole: dovettero essere finite a colpi di baionetta. Nella carneficina morirono anche le dame di compagnia che avevano seguito la coppia ex imperiale e perfino i due cani di famiglia. Come in un film dell’orrore, i corpi martoriati furono denudati, smembrati, bruciati e infine sepolti in un bosco. I contro-rivoluzionari non li trovarono; furono rintracciati soltanto nel 1995, e quindi degnamente tumulati a San Pietroburgo. All’epoca, la Rivoluzione era finita e l’Unione Sovietica ormai crollata e smembrata. Sulla tomba dei Romanov ci sono sempre fiori freschi.

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