Spumante e salatini

Chi pensa che cultura e consumismo siano incompatibili sbaglia. La rendita da cultura (mostre, visite di siti, turismo culturale, indotto…) sarà forse la nostra maggior risorsa economica domani, ed è già oggi pesantemente condizionata dal marketing. Si pensi solo ai bronzi di Riace, che radunarono centinaia di migliaia di fans a Firenze e a Roma negli anni ’80, e ora languono a Reggio Calabria con poche decine di visitatori. Si pensi ai manifesti e ai promo delle tante esposizioni “l’Italia al tempo di…” in cui si spende il nome di un grande artista per attirare gli orecchianti come nei supermarket si mette l’articolo-civetta di gran marca superscontato, mettendo poi in mostra due o tre opere minori dell’artista cartello, e per il resto robetta del suo periodo. E’ inutile demonizzare il consumismo: ci siamo dentro fino al collo. E poi non è neanche così laido, se si riesce a pilotarlo e non farsi dominare. Provo simpatia per chi s’abbandona all’orgia dei consumi spendendoci denaro ed ansia con rabbiosa, insaziabile speranza pur di riempire carenze identitarie o inseguire miraggi di falso benessere (per il quale però si combattono oggi tutte le guerre, commerciali e non). C’è mancanza di carità, nel disprezzarli, ma soprattutto c’è il rischio di far la fine dell’asino di Buridano, morto di fame per non aver saputo scegliere il prato in cui mangiare. Indecisi fra un’apparenza di cultura non assimilata (ma rassicurante) e il gorgo fascinoso (ma inquinante) del consumismo, gli snob non capiscono che c’è più pulsare di vita, vibrazione emotiva, energia in un centro commerciale in un sabato d’estate che in certi vernissage con spumante e salatini. Magari comprati proprio al centro commerciale.

collino@cronacaqui.it

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