Gattuso (Depositphotos)
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LAVORO «Pensavo che solo mio padre e mia madre possono dirmi cosa fare. Gli altri no. Soprattutto nel calcio. Se un allenatore mi rimproverava, se mi urlava addirittura, rispondevo: tu non sei mio padre. Ora capisco che il calcio è il mio lavoro, mi pagano bene per farlo, quindi ho il dovere di ascoltare il mio allenatore, il direttore sportivo, il presidente. Anche i compagni: se sbaglio qualcosa e non vedo l’errore, ma loro sì e me lo fanno notare, devo accettarlo e non attaccarli come facevo. Una volta c’era solo Marko Arnautovic. Pensavo a me stesso e non agli altri. Anche all’Inter, non potevi parlare con me: credevo di essere il migliore, il numero uno. Ho sbagliato, completamente» Marko Arnautovic al Bologna è un uomo nuovo

GENERAZIONI «Per me Carlo Ancelotti è il miglior allenatore del mondo in questo. È di tre o quattro generazioni indietro e ha sempre la chiave per entrare nella testa dei giocatori che ogni volta ha a disposizione. Sembra una cosa facile, scontata per tutti, ma non lo è. Quando parlo con un ragazzo di 20 anni non devo pensare nella mia carriera o in quello che facevo. Devo pensare a come posso entrare nella testa di quel ragazzo. Bisogna sapere chi hai davanti. Un esempio: ho un figlio e una figlia. Mia figlia è una donna forte, con un carattere simile al mio. Mio figlio è completamente diverso. Non posso parlare a entrambi allo stesso modo» La filosofia di Rino Gattuso in panchina spiegata da lui stesso

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