Chi specula sullo spaccio

A girare per Barriera Milano si vedono ovunque: scritte che recitano «Tutti odiano la polizia», «Basta sgomberi», «Prendere a pietrate gli sbirri, certo che sì» e via dicendo. E non sono certo uno spettacolo nuovo. Le abbiamo viste anche a San Salvario e a Porta Palazzo. Alle volte con anche il nome del questore. E a memoria di cronista posso confermare che ogni giro di vite, ogni intensificazione di controlli mirati stuzzica la grafomania degli imbrattatori di muri. Che scrivono rigorosamente in italiano. Perché non vorremo credere, per caso, che siano pusher, immigrati o che altro a vergare questi slogan? Più divise e pattuglie nei vari quartieri non infastidiscono certo le persone comuni. Irritano i pusher, certo, perché devono spostarsi altrove e, come sostiene il questore Messina, a furia di traslochi le gang si frantumano, si indeboliscono. Ma alla fin fine per queste è una sorta di infortunio sul lavoro. No, l’azione di polizia disturba soprattutto chi specula sull’indotto della criminalità di strada: affitti e subaffitti di stamberghe e cantine, fornitori di stupefacenti (solitamente un business mafioso), fino a coloro che pretendono di porsi contro lo Stato e che di solito amano scaldare gli animi. Il segretario del Siulp Eugenio Bravo dice che «il razzismo esiste, sì. Ma contro i poliziotti». E in questo i delinquenti extracomunitari non sono altro che il braccio armato di coloro che gli hanno insegnato a urlare «fascisti», in buon italiano, contro gli agenti.

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