Padre Gratien Alabi
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Frate congolese condannato a 27 anni per omicidio e occultamento di cadavere

SPARITA NEL NULLA. «Temeva lo scandalo. Così padre Graziano ha ucciso Guerrina»

Il sacerdote, secondo l’accusa, aveva intenzione di salvaguardare la reputazione ed il suo onore. Per questo si sarebbe sbarazzato della donna. La vittima aveva 50 anni quando sparì nel nulla

Padre Gratien uccise Guerrina Piscaglia per evitare uno scandalo. Fu un atto istintivo: aveva paura e vedeva minacciate la salvaguardia del suo onore e la sua dignità di prete». È questa la tesi che si legge nelle motivazioni della sentenza, pronunciata il 24 ottobre 2016 dalla Corte d’assise di Arezzo, che ha condannato il frate congolese a 27 anni di reclusione per i reati di omicidio volontario e occultamento di cadavere. La sentenza stabilita dai giudici aretini non ha concesso all’imputato le attenuanti generiche per via delle condotte da lui tenute nel corso delle indagini e del successivo processo, e anche per la decisione di non collaborare con la giustizia impegnata a risolvere il caso.

Un caso, quello per cui è stato appena celebrato il processo di primo grado, che ha avuto per sfortunata protagonista Guerrina Piscaglia, una donna scomparsa all’età di 50 anni dal paese di Ca’ Raffaello, nell’Aretino. Era il primo maggio 2014 e il suo cadavere non è mai stato ritrovato. In 224 pagine, tante sono quelle che compongono il documento depositato nei giorni scorsi in cancelleria, i giudici esprimono le loro ferme convinzioni a proposito dell’omicidio commesso dal frate, che oggi ha 47 anni. Il quadro accusatorio, si legge infatti nelle carte, è composto da indizi «gravi, precisi e concordanti». E sono sei, in particolare, i punti fondamentali sui quali si basa il castello accusatorio eretto dal pubblico ministero Marco Dioni e sposato poi dalla Corte presieduta dal giudice Silverio Tafuro nel momento in cui è stata emessa la sentenza di condanna. Il primo elemento preso in considerazione dalla Corte d’assise di Arezzo è l’alto numero di telefonate registrate tra Padre Gratien Alabi e Guerrina Piscaglia prima delle ore 14 del primo maggio 2014, momento in cui la donna fa perdere definitivamente le proprie tracce. Strettamente collegato al primo è poi il secondo elemento indicato nelle motivazioni della sentenza: la caduta verticale di quelle chiamate nel periodo successivo alla scomparsa di Guerrina.

Terzo punto: gli sms inviati dal cellulare della donna dopo la sua sparizione, peraltro carichi di errori di ortografia. Quarto: il depistaggio messo in atto dal frate, secondo il quale la cinquantenne poteva essere partita con un ambulante marocchino. Ecco quindi la figura di zio Francesco, un personaggio che secondo la procura e i giudici sarebbe stato totalmente inventato dall’imputato con lo scopo di depistare le indagini e complicare la ricerca della verità. Infine, il sesto elemento che i giudici indicano nelle loro motivazioni: il modus vivendi del religioso, «incline alla bugia».

La difesa, rappresentata dagli avvocati Riziero Angeletti e Francesco Zacheo, avrà adesso 45 giorni di tempo per presentare appello contro la sentenza di primo grado. Padre Gratien si trova attualmente nel convento romano dei padri Premostratensi: lì celebra la messa e fa un’intensa vita di comunità. Secondo i suoi legali, l’uomo di chiesa non avrebbe mai smesso di proclamare la propria innocenza. Un’innocenza che padre Graziano è intenzionato a dimostrare nel corso del processo che verrà celebrato tra qualche mese davanti ai giudici della Corte d’assise d’appello.

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