sparatoria campetto
Cronaca
IL CASO

Sparatoria al campetto e bianchi contro neri: un 17enne gambizzato

In via Artom l’ipotesi di un regolamento di conti

Ci sono due storie da raccontare. Una fatta di buoni sentimenti, l’altra un po’ meno. La prima riguarda un gruppo di ragazzi africani (senegalesi, maliani e nigeriani) che vogliono giocare a basket nel campetto in fondo a via ArtomUn gruppo di italiani (ma tra loro ci sarebbero anche due albanesi) li respinge, nasce un battibecco. Uno di loro estrae una pistola e fa fuoco. Quattro colpi, uno raggiunge un giovane africano al polpaccio, il ragazzo cade, gli aggressori fuggono, gli amici del ferito restano fino all’arrivo della polizia e dell’ambulanza. L’altra storia la racconta, invece, una residente, un’anziana signora che da sempre vive nei palazzoni di via Artom: «Questi ragazzi di colore vivono altrove, ma vengono qui in bicicletta per comprare la droga e rivenderla in altre zone della città». In via Artom di droga ne circola molta, ma nel quartiere nessuno la spaccia; si preferisce «darla ai neri» e poi ci pensano loro.

Sarà per un debito non pagato o per qualcosa di molto simile che il gruppo di “bianchi” avrebbe deciso di infliggere una lezione ai coetanei africani. Ma sia in un caso che nell’altro, sono volate parole grosse, «andate via di qui. Non vogliamo i neri in questo quartiere», avrebbe gridato qualcuno, anche se in modo decisamente meno edulcorato. Questo il fatto, raccontato da due punti di vista differenti, accaduto nel tardo pomeriggio di ieri («poco prima delle 19, stavo per cenare», ha dichiarato il signor Giuseppe che abita accanto al luogo dove è avvenuta la sparatoria, il parcheggio dietro il campetto).

Le volanti della polizia sono giunte dopo pochi minuti, la vittima era a terra, accanto a lui cinque suoi amici, alcuni erano arrivati a Mirafiori Sud in monopattino, altri in bicicletta. «Sia la vittima che i suoi amici – ha spiegato il dirigente delle volanti Alessandro Carini – si sono dichiarati minorenni, ma ciò dovrà essere verificato. Alcuni hanno detto di essere originari del Mali, ma, almeno allo stato dei fatti, anche questo elemento deve essere sottoposto a verifica. Eseguiti gli accertamenti, ritengo che sulla vicenda indagherà la squadra mobile». Intanto il coordinamento delle indagini è stato affidato al sostituto procuratore Giulia Rizzo. I giovani testimoni, tutti privi di documenti così come la vittima, sono stati portati in questura. Nessuno di loro era in possesso di droga ma tutti (compreso il ferito), tranne uno, non parlano l’italiano. Uno di loro spiega che dopo la sparatoria il gruppo che ha aggredito si sarebbe disperso tra i palazzoni grigi di via Artom, ma sembra inutile chiedere altro: «Non sappiamo chi sono», «non li abbiamo mai visti».

Inspiegabile, dunque, almeno per il gruppo dei ragazzi stranieri, l’aggressione subìta. Alle otto di sera i vialetti di via Artom che costeggiano i palazzoni sono deserti e quando i ragazzi salgono sulle “pantere” per essere portati negli uffici della polizia per uno di loro si consuma il dramma. Perché i monopattini vengono sistemati sulle auto della polizia, ma non c’è spazio per le biciclette che devo essere lasciate nel piccolo parcheggio: «Io la mia bici – dice uno di loro – qui non la lascio, perché possono rubarla. È l’unica cosa che possiedo e non posso perderla».

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