antonio di fazio
Cronaca
Anche a Torino un’inchiesta su Antonio Di Fazio

SOLDI E SESSO. Il manager degli stupri indagato per la truffa delle mascherine all’Asl

La To3 non ha ricevuto le Ffp3 pagate quasi 400mila euro e buona parte dei camici promessi in cambio dalla società

L’accusa di aver lucrato approfittando della pandemia, “fregando” una Asl che nei giorni più bui della nostra sanità era alla disperata ricerca di mascherine, può essere pesantissima, ma anche l’ultimo dei pensieri. Dipende tutto dal punto di vista. E quello di Antonio Di Fazio, 50 anni, manager, finito a San Vittore con l’accusa di aver violentato una ragazza in un colloquio di lavoro dopo averla drogata offrendole un caffè, è facile da immaginare. Eppure, se è vero che in questo momento le priorità per lui sono sicuramente altre, tra i problemi che l’imprenditore si troverà a dover affrontare ci sarà anche una grana tutta torinese che nulla ha a che fare con il sesso, ma con le mascherine. Di Fazio, si scopre adesso, è uno dei personaggi finiti al centro di una delle tante indagini che la nostra Procura ha aperto sui vari temi legati al Covid. Indagato in un’inchiesta del pool coordinato dall’aggiunto Enrica Gabetta che si occupa di pubblica amministrazione. Il reato ipotizzato dal titolare del fascicolo, il sostituto procuratore Giovanni Caspani, al momento è “frode in pubbliche forniture”. E la vicenda ruota tutta attorno a un contratto con la Asl To3 che l’anno scorso, quando ci si trovò a dover fare i conti con lo tsunami arrivato dalla Cina, agiva come centrale per gli acquisti dell’Unità di Crisi.

Oggetto del contratto sono 50mila mascherine FFp3 che la Asl compra dalla “Industria Farmaceutica Italiana Srl” (Ifai), intestata a una donna che però – ritengono gli inquirenti – sarebbe una testa di legno. Lei stessa, in un verbale a disposizione dei carabinieri, avrebbe affermato che Di Fazio, «per tutelarsi da un’eventuale richiesta economica della moglie» da cui è separato, le avrebbe chiesto di prestare il proprio nome alla società. Una società con fatturati importanti, di alcuni milioni di euro. Di cui il manager sarebbe padrone occulto. Nell’inchiesta torinese, questo elemento resta in ogni caso sullo sfondo. Perché a prescindere dal ruolo, era sua la firma in calce ad alcune delle mail con cui è stata condotta la trattativa con l’Azienda sanitaria. Suo il numero di cellulare che si invitava a chiamare, qualora ci fossero state richieste. E tanto è bastato per iscriverlo sul registro degli indagati quando la To3, con l’avvocato Andrea Castelnuovo, ha depositato un esposto lamentando la mancata consegna di quanto pattuito, nonostante il venditore avesse preso i soldi.

Il pagamento, come previsto dall’accordo e come è concesso fare dal “Cura Italia”, è anticipato. E prima ancora di vedere le mascherine parte il bonifico da 396.500 euro. Ma poi la società scrive al compratore, scusandosi, dicendo che il prodotto non è più disponibile. E la Asl – che come tutte le altre in quel periodo ha bisogno di qualunque cosa, purché arrivi, e arrivi in fretta – accetta un “cambio merce”. Il nuovo accordo, formalizzato con una delibera della Azienda sanitaria dell’8 giugno 2020, prevede la consegna di tute protettive di classe III tipo5/6 , il 27 maggio ne arrivano 13mila. All’appello ne mancano 16.545, per un totale di 181.997 euro, ma la diffida a provvedere del 21 agosto non ha seguito. Una frode, ritiene la Procura. Che per Di Fazio, visto il guaio in cui si è cacciato, suona poco più che una bazzecola.

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