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Il Borghese

Siamo in un lazzaretto

Che sarebbe arrivata l’influenza lo sapevano anche i sassi. Che sarebbe stata aggressiva, pure. D’altra parte lo si dice ogni anno, quando si invitano gli anziani e gli ammalati a fare il vaccino. Eppure i nostri ospedali, tutti, dalla città alla provincia, assomigliano a dei lazzaretti. Come se a casa nostra fossero arrivati i monatti di manzoniana memoria. Ma in questa emergenza c’è un’esagerazione che probabilmente nasce da una mediocre organizzazione non solo dell’urgenza, ma della macchina sanitaria nel suo complesso. E per averne contezza bisogna partire dal basso e raccogliere le voci di chi, ci scuseranno primari e medici, è sulla linea del fronte, nei pronto soccorso e in corsia. Chi fa le flebo cammina a stento tra le barelle infilate una appresso all’altra, subisce le rampogne dei parenti dei malati in attesa da ore se non da giorni. Parlo degli infermieri, gli unici, a quanto ne so, che hanno il coraggio di alzare la voce anche contro l’assessore Saitta, accusandolo di non aver programmato nulla e di aver solo fatto promesse al personale. Urla di protesta che arrivano a concretizzarsi addirittura in un esposto alla Procura della Repubblica per la situazione che si è venuta a creare e che potrebbe deflagrare nelle prossime ore, quando il picco dell’influenza potrebbe arrivare al punto di rottura. Ma non solo: c’è qualcuno che, di fronte alla mancanza di posti letto a cui si cerca di far fronte chiedendo ospitalità alle strutture private, ipotizza il ricorso alla Protezione Civile e a quei container che abbiamo visto spuntare dopo i terremoti o dopo gli sbarchi dei profughi. I cronisti che hanno pazientemente girato gli ospedali e che continueranno a documentare il disagio nei prossimi giorni, perché questo è uno dei doveri di un quotidiano come il nostro che non vuole coprire certe vergogne, riportano notizie da un fronte di guerra. E non solo per le code assurde, per le attese o per le barelle (che tra parentesi sono finite oppure prese a prestito dalle ambulanze costrette a fermarsi) ma anche per gli appelli che arrivano uno dopo l’altro dalle Asl al 118 chiedendo di non inviare pazienti. Cose inconcepibili in una Torino che continua a invecchiare e che si lava la bocca con il progetto “Parco della Salute” che la politica fa rimbalzare da anni. Manca il personale, si tenta di mandare i neo laureati in corsia, magari immaginando di pagarli con i voucher, si tenta di implementare le fila degli infermieri e degli Oss con qualche altro marchingegno. Ma quello che manca davvero è un progetto sulla sanità. E un condottiero capace di svilupparlo e di farlo rispettare.
beppe.fossati@cronacaqui.it

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