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Cultura
A CAMERA

Si inaugura “al buio”: la mostra di Gabetti, il fotografo ribelle

Sono oltre 100 le opere raccolte nella vasta esposizione che è stata allestita in via delle Rosine nonostante la zona rossa

L’allestimento è pronto da fine novembre, ma i lockdown e le continue restrizioni degli ultimi mesi non hanno ancora reso possibile osservarlo dal vivo. Così, Camera, Centro Italiano per la Fotografia, ha deciso di effettuare un vernissage esclusivo per presentare ciò che ha in serbo e che, non appena il Piemonte diventerà zona gialla, sarà reso accessibile al pubblico.

Nella Project Room di via delle Rosine, infatti, riposa, al momento indisturbata, una mostra inedita e preziosa, intitolata “Roberto Gabetti fotografo”: una selezione di oltre cento scatti tratti dall’archivio privato dell’architetto torinese, qui esposti per la prima volta con la curatela di Sisto Giriodi.

Ed è stato proprio Giriodi, allievo, collaboratore e appassionato ammiratore di Gabetti, ad aver illustrato le curiosità e gli aneddoti più accattivanti del percorso espositivo allestito a Camera. Lo stesso che, con un minuzioso lavoro di ricerca e digitalizzazione, ha scelto anche le istantanee in mostra tra circa 300 rullini 35mm, segretamente conservati in un antico cassettone presente nello studio di via Sacchi. Universalmente conosciuto per il suo impiego di docente, progettista e creativo, Gabetti si è, infatti, dedicato a una sorta di attività parallela per venti anni (dal 1945, anno in cui ricevette in dono la sua Leica, al 1965), nel corso dei quali «ha tenuto un “diario” fotografico, finora sconosciuto, dei suoi viaggi di studio, dei progetti e dei cantieri».

Quelle di Gabetti, però, sono «fotografie strane», come afferma Giriodi, perché si allontanano dagli insegnamenti impartiti dai maestri delle avanguardie storiche e si «caratterizzano per scelte personali»: quasi una fotografia “intima”, i cui scatti prediligono soggetti con i quali si instaura un legame “affettivo”. Si spiega, allora, così, probabilmente, l’assenza di architetture moderne, al cui posto sono immortalate architetture antiche, paesaggi, automobili, biciclette e, soprattutto, persone. Una delle capacità principali di Gabetti fotografo, infatti, è stata proprio quella di saper catturare «l’umano in movimento», immettendo, in questo modo, «il contemporaneo nell’antico»: Gabetti «non aspettava che le persone si togliessero dall’inquadratura, bensì attendeva che queste arrivassero», creando immagini sempre «piene di vita, suggestioni, cose».

Un’attitudine “antropologica” che risulta, infine, arricchita anche dal modo stesso in cui l’architetto torinese effettuava le sue fotografie, «voltando le spalle alla tipica posizione del “cacciatore” – spiega Giriodi – e adottando prospettive inedite, dall’alto, come un angelo in volo, e dal basso».

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