Si fa in fretta a dire naufraghi

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Contro il decreto sicurezza di Salvini che si propone, tra le altre cose, di arginare l’immigrazione indiscriminata, circola sui social una storiella: una mamma in spiaggia invoca l’aiuto del bagnino per il figlio che sta affogando, e lui le risponde “corra a prendere i suoi documenti, signora, devo sapere chi è prima di salvarlo, lo impone la legge Salvini”. Troppo facile, cari paladini dell’accoglienza, far leva sui sentimenti. Finiamola di chiamare “naufraghi” dei migranti che, dopo aver pagato profumatamente il passaggio, si imbarcano in sovraccarico dalla Libia, con tanto di giubbotto di salvataggio addosso, su maxigommoni non in grado di portarli fino in Italia, ma sufficienti a portarli fin dove, su appuntamento, li aspettano i soccorritori delle Ong, che li traghettano solo in Italia perché il resto dell’Europa non li vuole e li respinge, salvo poi cazziare l’Italia che protesta. Vogliamo inventarci un’antistoriella? C’è una spiaggia privata pulita e ordinata dove si paga per entrare, ma i tanti che vogliono entrarci gratis usano un trucco: salgono su un barcone e si posizionano a 100 metri dalla riva, dopodiché, uno dopo l’altro, si tuffano e gridano aiuto. I bagnini inizialmente li “salvano” ma loro, appena in spiaggia, “resuscitano” e si piazzano fra i lettini a cazzeggiare e disturbare. Intanto dalla barca ne saltano altri, e altri ancora, e i bagnini, ignorando ogni decreto, continuano a salvarli, finché la spiaggia è brulicante e sporca, scoppiano risse ovunque, il bar è preso d’assalto e svuotato, i clienti paganti scappano, e lo stabilimento fallisce. Il barcone, allora, va davanti a un’altra spiaggia pettinata, e ricomincia…

collino@cronacaqui.it

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