Chiara Ferragni (Depositphotos)
Il Borghese
L’EDITORIALE

Sei «on life»? Allora esisti

Tanti ragazzini – e ancor più adulti, ma per i loro rampolli – sognano di diventare calciatori. Un sogno a portata di mano: serve un minimo di talento, certo, ma più di tutto l’allenamento, la dedizione e via dicendo. Se però l’obiettivo è di essere calciatori di serie A, allora la questione si complica: è roba per pochi e non esistono ricette, il talento da solo non basta, l’impegno nemmeno. Se poi si vuole essere calciatori vincenti, allora ancora peggio. E così allo stesso modo per chi vuole essere Chiara Ferragni: riduttivo definirla “influencer” se il suo impero vale milioni di euro, se ogni sua parola social va a scomodare sindaci e sociologi – lì in realtà è la colpa dei giornalisti che credono che ogni sua parola sia anche una notizia -, se il vuoto apparente dietro Instagram fa credere possa essere tutto facile. I social, con la loro falsa idea di democrazia e comunicazione – al di là dei danni che hanno già fatto in politica e nella comunicazione -, possono far sembrare facile ciò che non lo è, alla portata di tutti ciò che non lo è.

E il quarto d’ora celebrato da Warhol sappiamo già essere stato dilatato in una condizione permanente di visibilità. Nessuno vuole essere invisibile e allora spara le peggiori nefandezze o sparge odio a piene mani convinto di un ipotetico anonimato. Ma questo è solo uno degli aspetti. C’è una espressione che ha sostituito «on line» ed è «on life»: significa che diventa sempre più difficile separare la vita reale da quella sui social o sul web, che l’esistenza digitale sta diventando una componente fondamentale. Con tutti i suoi pericoli, come ogni dipendenza. Soprattutto quando, alla ricerca di visibilità, si sposa la frustrazione di essere pur sempre solo un nickname.

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