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Cronaca
IL REPORTAGE

Sei angeli in fuga dai bombardamenti: «Non c’è da perdere un minuto di più»

Il nostro viaggio in Romania con la Regione per salvare i bambini malati di cancro

La mattina di domenica è ancora gelida all’aeroporto internazionale di Iasi. Il termometro risale lentamente dai quattro gradi sotto lo zero della scorsa notte mentre il sole non vuole saperne di bucare le nuvole. Il freddo, però, quasi non si percepisce nella fretta di sbarcare con barelle e sedie a rotelle. Si attende con ansia l’arrivo dei mezzi di soccorso ancora in viaggio per superare gli oltre quattrocento chilometri che separano la cittadina di frontiera dal distretto di Podilks.

Arriveranno dall’ultimo avamposto di una terra martoriata dai bombardamenti e dalle stragi di civili, dove non si riescono più a garantire cure complesse per salvare dal loro destino altri sei piccoli angeli malati di cancro. Da un mese e mezzo ai diciassette anni d’età, accompagnati dalle mamme, pare riscoprano il sorriso avvicinandosi all’aeroplano che li porterà in salvo al Regina Margherita di Torino. Sono gli occhi dei medici e degli infermieri che li aspettano, invece, a svelare il carico emotivo di questa seconda missione umanitaria della Regione Piemonte per salvare i bimbi malati dai bombardamenti in Ucraina. Sguardi concentrati quelli di Sebastian Asaftei, Simona Italiano, Silvia Vigna, Giampaolo Chialvo, Alessandro Barbero e Loredana Sergi. Quasi severi nel cercare di non tradire alcuna emozione, anche se il cuore è lacerato da un dolore straziante. Quello per il piccolo Dimitri, ricoverato poco meno di due settimane fa con i suoi diciassette anni e una diagnosi che già suonava come una sentenza di morte. Il cancro se lo è portato via giovedì sera dopo quindici giorni che, solo grazie a chi è riuscito a portarlo in salvo nel nostro ospedale infantile, non si sono trasformati in una atroce agonia. I suoi ultimi giorni dicono li abbia trascorsi con un po’ di serenità, scordando il dramma che si era lasciato alle spalle, grazie a qualche giochino elettronico e il sorriso di chi lo ha assistito. Domani saranno celebrati i funerali in forma privata.

«Non c’è un minuto da perdere». Questa è lezione, se non il “mantra” che accompagna da giorni la complessa programmazione del viaggio, quasi un patto non scritto tra il governatore Alberto Cirio e la direttrice dell’Oncologia pediatrica del Regina Margherita, Franca Fagioli, per accoglierne quanti più possibile. Da giorni sta studiando le cartelle cliniche dei «piccoli angeli» per cui sono già pronte le stanze e ogni genere di conforto, dai giocattoli a un’assistenza psicologica quanto mai necessaria. Anche per le famiglie. Le diagnosi, infatti, non avrebbero lasciato alcuna speranza negli scantinati e nei rifugi in cui, pare impossibile, si cerca di dare un’assistenza al di là di ogni possibilità materiale, con le macchine che vengono staccate ad ogni allarme per fuggire sottoterra con il cuore in gola. Non bastassero quelle malattie terrificanti solo a leggerne il nome, che sa di condanna senza scampo dove il discrimine tra la vita e la morte è ormai per tutti aleatorio. Cirrosi con necessità urgente di trapianto, leucemia, tumore del sistema nervoso centrale, neuroblastoma, immunodeficienza del midollo, linfoma di Hodgkin. A Torino, però, troveranno l’eccellenza delle terapie a loro dedicate, la possibilità di guardare al futuro come ad un’occasione in più per diventare adulti. Oltre a loro sono almeno 4.200 i profughi fino ad oggi accolti in Piemonte attraverso una rete di solidarietà che si allarga ogni giorno di più senza ancora raggiungere i numeri dell’emergenza. Anzi. «Il sistema dimostra di reggere», come ha sottolineato nei giorni passati anche il prefetto Raffaele Ruberto. «La maggior parte – ha aggiunto il governatore Alberto Cirio – sono in ospitalità spontanea nelle famiglie e dai parenti, perché sono migliaia gli ucraini che vivono in Piemonte e stanno ospitando chi è in fuga dalla guerra. Il sistema è pronto a reggere anche un urto molto maggiore di quello che sta arrivando. Dobbiamo, però, avere la consapevolezza di gestire un esodo diverso da quello tradizionale, che deve affiancare all’accoglienza istituzionale anche un’attenzione all’accoglienza spontanea: una famiglia che si è fatta carico di ospitare chi scappa dalle bombe non deve essere lasciata sola».

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