IL TRENO NOTTURNO
Libri
L’AUTORE DI CULTO

Se il racconto è un ring Thom Jones è il campione che va oltre le “luci nere”

Una raccolta di editi e inediti da Minimum Fax
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Il racconto è un’arte difficile da padroneggiare, è una palestra, è un ring. Eppure, nonostante questo, è un genere che ha subìto numerosi affronti, a partire da una sorta di classificazione di inferiorità, frutto di un clamoroso equivoco del bulimico mercato della narrativa, nei confronti del fratello romanzo, in cui, a ben guardare certi debordanti scaffali, pare più facile nascondersi o intrufolarsi anche quando il talento è quello che è. Il racconto, invece, non consente di nascondersi o di mentire, il racconto smaschera, rivela: il talento c’è oppure non c’è.

Per capire cosa sia il racconto, bisogna assolutamente leggere Thom Jones, ora riproposto al grande pubblico con “Il treno notturno” (Minimum Fax, 19 euro), una raccolta di racconti ben noti e alcuni inediti. L’opera di uno scrittore che è stato praticamente solo autore di racconti e la cui vita vale la pena descrivere. Scomparso nel 2016 a soli sessantuno anni, era nato nell’Illinois, aveva svolto l’addestramento militare nei marines, poi aveva lavorato in campo pubblicitario come copywriter. Poi per una decina d’anni ha fatto il bidello, dedicandosi a lettura e scrittura, fino a che un suo racconto non è comparso sulla “bibbia”, The New Yorker, dando il via alla sua carriera, una carriera che ne fa un vero e proprio autore di culto. La cui vita è stata segnata duramente dalla lotta contro la malattia (diabete, particolari crisi epilettiche) e i demoni della depressione.

Tutti temi che si incrociano e tornano nei suoi racconti. Molti dei quali, a proposito del fatto che il racconto è una palestra, è un ring, parlano di boxe o di pugili (suo padre era stato un pugile professionista). A cominciare da “Il pugile a riposo”, a “Sonny Liston era mio amico”, la boxe è un elemento ricorrente, presente, dominante. Ci sono pugili sotto le armi, ci sono combattenti che vedono le cosiddette “luci nere” sul ring, ma magari si ribellano al ko, nonostante sappiano che il loro cervello è già stato danneggiato. Ci sono giovani che vorrebbero essere solo artisti, vorrebbero solo vivere, e si ritrovano nell’inferno del Vietnam. C’è odore di cuoio dei guantoni, di linimento e di sangue, odore di sofferenza e di malattia, odore di paura. Che si può vincere, con un trionfo duro e sofferto sul ring a diciotto anni, per capire che dopo nulla può fare paura, neppure la vita, neppure crescere.

Sono personaggi particolari, quelli di Jones. Ci sono anche medici radiati, tossicomani, ubriachi di potere e di rabbia, divorati dalla malaria contratta in Africa, forse dall’Aids, ci sono uomini e donne sgradevoli eppure così umani da non poter essere giudicati con l’occhio e il metro consueti. Quasi ovunque una umanità dolente, che lotta con i suoi fantasmi nei sobborghi eleganti di una città della profonda America, o nello stanzone di un manicomio per veterani diretto da un medico con il naso sostituito da una protesi di metallo. O nei corridoi di un liceo, tra il lavoro e una moglie traditrice, o nella smania di potere di un vicepreside che dovrà subire una durissima lezione.

C’è il delirio e c’è la speranza. C’è una prosa netta che crea voci differenti, tra la musica di una radio e il vocio nelle strade, il rumore lontano del treno della notte che passa, quel treno notturno del racconto inedito che dà il titolo alla racconta, che porta via con sé vite sconosciute e conosciute. Un tamburellante ritmo che è quello di cuori che battono, per magari fermarsi di colpo, oppure accelerare per andare lontano. Oltre la sofferenza, oltre l’orizzonte che restringe la speranza.

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