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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Se il lavoro è un castigo

Pareva strano che non fosse ancora saltata fuori l’idea innovativa di “lavori socialmente utili” per chi si comporta male a scuola o magari si spinge ad aggredire compagni o professori. «Dobbiamo ridare autorevolezza ai docenti e rispetto verso i docenti, gli studenti e i beni pubblici» ha detto, infatti, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, precisando che per gli episodi di violenza in classe, occorre trovare una soluzione «anche prevedendo forme diverse di sanzioni nei confronti di quegli studenti che non hanno capacità di rispettare le regole. Una cosa che mi è sempre parsa molto utile, sono i lavori socialmente utili». Un po’ come «mandiamoli a curare i giardinetti» riferito ai percettori del reddito di cittadinanza. In pratica, il lavoro – di qualsiasi livello sia – non è un traguardo al termine di un percorso, sia di studi o di vita, un sacrosanto diritto, ma un “castigo” per chi si dimostra non adatto allo studio, certi lavori addirittura degradati a “lavoretti”, di quelli che puoi dare solo ai disoccupati o agli immigrati, come se fossero di un’altra fascia sociale. Tutte cose già sentite, peraltro, tutte cose già sperimentate e i risultati li abbiamo davanti agli occhi. Ma il ministro dice anche, giustamente, che quello dei Neet, che non studiano e non lavorano, è «uno dei drammi più gravi che riguardano la nostra gioventù: ragazzi che non hanno la voglia di vivere e che galleggiano. È lì che dovremo intervenire. Non possiamo accettare che centinaia di migliaia di giovani vivano alle spalle delle famiglie e della società». Il come, però, non è molto chiaro. Come sempre quando chi è stato ai massimi vertici del sistema formativo, quale un docente universitario, si china a guardare cosa succede alla base del sistema.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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