tepepa
Cronaca
Era in prigione dello scorso 14 aprile

Scarcerato nonno Tepepa, il rapinatore detenuto più anziano d’Italia

Dovrebbe indossare il dispositivo, ma i braccialetti sono finiti

I baffi neri delle prime foto segnaletiche non ci sono più. I capelli, adesso, sono bianchi. Sulle braccia, i tatuaggi che hanno segnato le tappe di una vita vissuta più dentro che fuori. Ennio Sinigaglia, 80 anni alla vigilia di Ferragosto, è stato il rapinatore detenuto più anziano del Paese.

Fino a ieri, quando “nonno Ennio – nome di battaglia Tepepa – è stato scarcerato è messo ai domiciliari. Non potrà allontanarsi dalla casa in cui vive a Moncalieri, vietato anche comunicare con persone diverse da quelle che abitano con lui o che lo assistono per “garantire in modo efficace l’allontana- mento dal contesto illecito in cui ha operato”.

Ma non avrà il braccialetto elettronico, che pure, secondo i giudici sarebbe stato necessario, perché i dispositivi – hanno spiegato da Roma – sono finiti.

Tepepa era in carcere a Ivrea dal 14 aprile scorso, arrestato per associazione a delinquere nell’ambito di una complessa indagine su violente rapine con sequestri di persona.

All’80enne, in particolare, erano stati contestati due episodi di ricettazione e il reato di porto d’armi (in un bosco aveva nascosto 344 grammi di tritolo, micce esplosi- ve e un caricatore per una semiautomatica calibro 9×21). Per la ricettazione e il porto d’armi, è finito in carcere il 6 settembre 2016 e poi, dopo due evasioni dai domiciliari per andare alla posta a ritirare la pensione e al bar, condannato a un anno e sei mesi.

Quindi è scattato il nuovo arresto per l’associazione a delinquere, Tepepa è tornato dietro le sbarre, è arrivata una con- danna a due anni e due mesi. Fuori dal carcere, intanto, qualcuno ha cominciato a chiederne la liberazione.

Prima con fiaccolate davanti all’istituto, poi con una “campagna” di cartoline inviate a giornalisti e magistrati. Il suo avvocato, Mauro Molinengo, nel frattempo, ha presentato ricorsi su ricorsi, chiedendo di rimandarlo a casa anche per l’età avanzata e le precarie condizioni di salute. Istanze tutte respinte, fino a giovedì, quando è stata emessa l’ordinanza che ha disposto i domiciliari.

Starà a lui, adesso, rispettare le prescrizioni che gli vietano di parlare con l’esterno per non entrare in contatto con quel “giro” in cui è diventato un mito gettando olio sulla strada per seminare le Alfette negli inseguimenti.

Non sempre, però, ce l’ha fatta. Molte volte, ad avere la meglio, era la “giusta”. Tepepa è stato ospite dei penitenziari di mezza Italia, isole comprese, dove ancora si narrano le sue “imprese” che i sopravvissuti della “mala” raccontano ai nipoti.

Alle Nuove, incendiò il carcere. A Porto Azzurro, lo ricordano per le maratone in cortile. «Che fai Tepepa?», gli chiedeva il direttore dalla finestra. «Corro», rispondeva lui, mentre una “guardia” annotava i chilometri percorsi: diecimila in tre anni, scriverà il direttore in un libro.

Anche la storia di “nonno Ennio” diventerà un romanzo. Il film, “Lo chiamavano Tepepa”, si può già guardare su Internet.

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