Santa Cotoletta

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Quand’ero bambino, con luglio iniziava la villeggiatura in montagna. Da Torino a Usseglio papà con la 1100 ci metteva un’ora come oggi, perché la strada è rimasta più o meno uguale. Ed è stata questa la salvezza di quella splendida vallata, che si è salvata dal mal di condominio restando vergine e selvaggia. Solo silenzi, lassù, aria fine di boschi e di pinete, nevai e creste maestose. Mia madre andava su la settimana prima ad ‘aprir casa’ con la cameriera, e poi arrivavamo tutti. Per noi era il paradiso, perché dopo la colazione tutti insieme, mamma ci ‘dava la larga’ per campi e per sentieri, col solo impegno di tornare a casa per il pranzo. Idem il pomeriggio.

Ed era un’epopea di corse in bici, gare di schettini, giochi di figiu e di birille, batajòle fra bande, dighe nell’acqua diaccia della Stura, e giochi, giochi, giochi a non finire. Guardie e ladri, ghèisa cinèisa, i verbi, i mimi, i film, e nascondino, pim pum dòru la lìncia la lància… Col brivido, ogni tanto, quando il macellaio del Grand’Usseglio (ogni albergo d’estate apriva il suo spaccio di carne) macellava il bocìn. Noi gagni correvamo a vedere, era come un cine. La scena era cruda (Carlin faudalét ammazzava ancora con la mazza, due, tre colpi prima che la bestia cadesse, e poi la tirava su e l’apriva mentre ancora tremava…) eppure la trovavamo naturale. Non c’era uno di noi che piangesse, o voltasse la testa o dicesse bèh. Restavamo come ipnotizzati da quell’ancestrale violenza che a noi sembrava un rito religioso, un sacrificio necessario per l’arrivo di santa cotoletta. Finito tutto, via come passeri a una fucilata, l’odore delle trippe fumanti e ancora piene di busa nelle nari.

collino@cronacaqui.it

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