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San Salvario, il borgo parigino che prese il nome da un convento

Dimenticate per un attimo le questioni sulla movida, quegli stradoni che tagliano in due il borgo e quel “viale del Valentino” che oggi chiamiamo più comodamente corso Marconi. In principio San Salvario fu un quartiere periferico, abitato fin dalla tarda epoca romana, che prese il nome non dal vicino castello del Valentino ma dal convento di San Salvario. Un edificio seicentesco la cui chiesa fu progettata dall’architetto Amedeo di Castellamonte. Un borgo parigino un quartiere d’antan appena fuori dall’attuale centro della città che Edmondo De Amicis (il fortunato autore del romanzo Cuore) nel lontano 1880 descriveva con queste parole: «Attraversato il centro della città, e percorso un gran tratto di quella interminabile via Cristina di cui sfugge il fondo allo sguardo, si svolta nel viale ridente di Raffaello, e di là si esce all’aperto, fra la fuga dei nuovi edifici universitari, ai quali i camini altissimi dalla forma di minareti danno l’aspetto d’un enorme falanstero orientale, e l’ultimo lembo del grande parco del Valentino, che si ristringe lungo la riva e va a finire con un bacio nel fiume. Qui nulla parla del passato, tutto è giovinezza e speranza, e par che non ci giunga il rumore e il fumo della battaglia della vita». E ancora: «L’aspetto del sobborgo è ancora torinese, ma arieggia la barriera di Parigi. I portici sono affollati di gente affaccendata, che si disputa lo spazio; le scale delle case risuonano di passi precipitosi; nei caffè si parla d’affari; tutto dà l’indizio di una vita più concitata che nelle altre parti di Torino. È una piccola Torino in blouse, che si leva di buon’ora e lavora coll’orologio alla mano, senza perdere tempo; che frequenta il teatro Balbo, passeggia sul corso del Re e va a prendere la tazza al caffè Ligure, allegra e chiassosa la sera, democratica, un po’ rozza, piena di buone speranze, ariosa e pulita, e affaticata, ma che par contenta di sé, in mezzo alla verzura e ai larghi viali che le fanno corona, davanti alla stazione che l’assorda coi suoi fragori e i suoi sbuffi di gigantesca officina».

SAN SALVARIO E LOMBROSO
San Salvario si lega, indissolubilmente, a una figura protagonista dell’Ottocento torinese: Cesare Lombroso. In via Pietro Giuria, nei pressi di quel che fu la facoltà di Medicina, troviamo il museo che prende il nome proprio dal medico e antropologo veronese. Il museo raduna centinaia e centinaia di reperti che Lombroso pretendeva di rintracciare, nella sua ossessiva analisi di teschi e oggetti appartenuti ai malfattori, il metodo per individuare un assassino o un delinquente prima che compisse il crimine. L’aspetto della criminologia è senz’altro uno dei più affascinanti del quartiere. Lombroso identificò questo suo pensiero nella nota “fossetta occipitale mediana”, rinvenuta nel cranio del brigante Villella, oggi conservato nella raccolta. Collezione, quella del museo, che conserva un altro prezioso cimelio della storia torinese: la “beata”, vale a dire la forca usata dai boia nel corso del XIX secolo.

GUSTAVO ADOLFO ROL
Un quartiere dalle tinte gotiche, che ben si addice all’architettura di molti palazzi. Già perché a San Salvario, in via Silvio Pellico, visse anche un’altra figura: il sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol.

L’uomo degli “esperimenti” sconvolgenti, che ancora affascinano e sbalordiscono. Certo, molto è dovuto all’immaginazione e al silenzio che Rol conservò su di sé, evitando accuratamente di rivelare alcunché delle sue prodezze; ma una piccola parte del fascino di questo personaggio sta certamente nel fatto di essere un figlio di San Salvario, quartiere che più di ogni altro, in città, sembra evocare emozioni letterarie e storie antiche, un po’ noir, un po’ magiche; tutte però torinesissime.

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