(foto Alessandro Di Marco)
Il Borghese

San Giovanni da dimenticare

Nessuno saprà mai se la testa simboleggiante il toro ci avrebbe portato una fine dell’anno fortunata cadendo nella direzione di Porta Nuova. O se, precipitando dalla parte opposta, avrebbe significato altri guai. Semplicemente perché, anche complice il Coronavirus che di danni ne ha fatti già tanti, il Farò di San Giovanni non è stato acceso. Anzi, neppure montato, catasta dopo catasta con la legna da ardere. Come non si sono accesi i fuochi artificiali della discordia che da un paio d’anni, dopo tante beghe, sono stati sostituiti dai ronzii sommessi dei droni. Così abbiamo vissuto un San Giovanni metro, a dirla tutta triste. Forse il più triste da quando – e torniamo indietro al Medioevo e ancor prima all’anno 602 – la Festa di San Giovanni scuoteva la città, la riempiva di canti, balli, colori e rumori. In un mescolio strambo tra credo religioso, superstizione e quel po’ di quella magia che a Torino non è mai mancata. Ingredienti preziosi a cui la tecnologia (che pure costa assai più dei mortaretti!), i fasci di luce a illuminare il Monte dei Cappuccini, Superga e il Lingotto, piuttosto che i video proiettati sulla Mole, non hanno saputo aggiungere calore e coinvolgimento. Così la serata e quel po’ di notte concessa allo spettacolo hanno lascito la maggior parte dei (pochi) torinesi presenti con l’amaro in bocca. Peggio, chi si era avvicinato alla Mole punto focale della festa è pure stato allontanato dalla sicurezza: c’era il pericolo che cadesse loro sulla testa qualche drone birichino. Insomma una festa sprecata che ha sortito il triste primato del San Giovanni in quarantena più povero di sempre, lasciando delusi una volta di più i gestori di bar, ristoranti e botteghe che già stentano a sopravvivere.

fossati@cronacaqui.it

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